Afroitaliani/e

Per tutti coloro che si definiscono afroitaliani/e e/o miste/i o i cui bambini/e lo sono....per chi lo vorrebbe essere, per coloro che pensano che esserlo sia una ricchezza...... Per contattarmi facilmente: associazionebambiniafroitaliani@yahoo.it


Chi sono

Utente: afroitaliani
sono una persona interessata all'arricchimento culturale portato dalle minoranze etniche. Sono contro ogni forma di razzismo e per la mixitè!
"Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora io reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri" (don Lorenzo Milani)

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lunedì, 02 novembre 2009


L'Associazione Afroitaliani/e
 sostiene le famiglie nere e miste nella lotta contro il razzismo e nello sviluppo di un'identità etnica e culturale al positivo anche creando un contesto sicuro, di sostegno e multiculturale per le persone e le famiglie nere o miste.

 Il nostro prossimo incontro sarà a Roma sabato 14 novembre ore 17,
ed è aperto a tutte le persone nere o miste o nelle cui famiglie almeno una persona lo sia.

 Scrivere alla mail qui sotto per dettagli



postato da: afroitaliani alle ore 20:45 | link | commenti
categorie: eventi, roma, multiculturalitĂ , auto-aiuto
martedì, 13 ottobre 2009

Manifestazione Nazionale Antirazzista
Sabato 17 Ottobre ore 14.00 Piazza della Repubblica - Roma
www.17ottobreantirazzista.org
postato da: afroitaliani alle ore 22:26 | link | commenti (1)
categorie: eventi, roma, razzismo
mercoledì, 07 ottobre 2009

Decalogo per i bianchi che hanno figli/e neri/e (adottivi/e o biologici/he)

È necessario che i genitori bianchi che hanno figli/e neri/e:

  • Abbiano amici neri, sia adulti che bambini. E anche altre famiglie miste.
  • Siano consapevoli che , per quel che riguarda questioni di razza e cultura, impareranno la maggior parte delle cose sull’essere genitore del proprio figlio da genitori neri e da altre guide culturali
  • Facciano  frequentare ai propri figli scuole miste. Si offrano come rappresentante di classe. Si facciano conoscere a scuola. Più gente conosce la vostra famiglia più la vostra famiglia diventa “normale”.
  • Vivano in una comunità mista. Rimangano nella stessa comunità, cosicché sia voi che il vostro bambino non dobbiate ricominciare sempre tutto da capo. Importante: siate preparati a trasferirvi se il farlo significa un ambiente più accogliente per vostro figlio.
  • Usino professionisti neri. Trovino babysitter e  altre persone che danno una mano in famiglia nere.
  • Imparino ad occuparsi bene dei capelli e della pelle dei propri bambini
  • Abbiano libri scritti da neri, libri per bambini con protagonisti neri, giochi, bambole nere ecc. Imparino e condividano con il proprio bambino la storia dei neri e importanti avvenimenti storici e d’attualità che riguardano la gente nera.
  • Partecipino ad attività con gente nera nella propria comunità (chiese, centri culturali, feste, ecc.). Visitino grandi città con una popolazione consistente di gente nera
  • Siano chiari con sé stessi e con il proprio bambino riguardo la loro identità razziale. Il vostro bambino è nero o afroitaliano anche se lui ha un genitore bianco o un parente bianco. (“Misto” è un concetto che importa in prevalenza solo ai genitori adottivi o agli assistenti sociali e l’ambivalenza – vostra o del bambino – non alimenterà una positiva autostima). Voi e il vostro bambino siete delle minoranze. Sarete per sempre una famiglia in minoranza.
  • Siano attivi in gruppi d’azione sociale nella società (per es. contro la discriminazione) .  Siate preparati a intervenire e a reagire quando le ingiustizie succedono.
  • Ricordino di difendere non solo il proprio figlio ma anche tutti i bambini e le persone nere così come altri gruppi discriminati. Quello che succede a qualunque bambino nero nella vostra scuola o nella vostra comunità, succede a vostro figlio.
  • Siano razzisti anti-razzisti. Capiscano perché si è razzisti fintanto che si beneficia di un sistema razzista. Parlino di razzismo. Facciano sapere al proprio figlio con parole e azioni che voi partecipate alla lotta.
  • Chiedano aiuto, e imparino di continuo! Leggete, parlate con la gente, e fate attenzione a qualunque cosa che vi aiuti a migliorare l’autostima di vostro  figlio, a sostenere il suo sviluppo, e a diventare un miglior anti-razzista. Insegnate quello che imparate, con l’esempio e condividendo quello che sapete con gli altri.
  • Cerchino delle maniere per far capire al proprio figlio che fa parte della comunità nera. Accettino e comprendano che non tutte le sue attività vi includeranno o dovrebbero includervi.
  • Sappiano sempre da che parte stanno. Non tollerino azioni o frasi razziste. Il dolore e il danno sono gli stessi anche se le azioni o le frasi sono basate sull’ignoranza o non erano intese con cattiveria.
  • Imparino come scegliere quali battaglie portare avanti. Non potete fare tutto.

 

Una cosa che non viene enfatizzata negli studi o gli articoli sulle adozioni interrazziali, o sulle famiglie miste, è la questione della stima di sé come diversa dalla stima di gruppo. Come bianchi possiamo aiutare i nostri figli a crescere sentendosi bene con sé stessi, ma la sfida più grossa e difficile è aiutarli a crescere sentendosi bene con i neri in generale e con se stessi come parte di questo gruppo. Riusciranno i nostri figli non solo ad identificarsi come neri, ma anche a identificarsi come parte del gruppo dei neri? Cresceranno interessandosi a quello che succede ai neri come gruppo e si sentiranno parte della lotta in nome di tutti i neri?

La mancanza dell’identità di gruppo è una delle paure maggiori che hanno gli assistenti sociali neri nel caso dei bambini neri adottati da famiglie bianche – la perdita di bambini neri che poi si identificheranno con i bianchi e non sentiranno alcun senso di responsabilità di  occuparsi di quello che sta succedendo ai neri come gruppo- bambini neri che non sanno di essere o che non si sentono , un “fratello” , o una “sorella” e ai quali comunque ciò non importa.

Sostenere una identità di gruppo positiva è una delle parti principali del nostro lavoro di genitori bianchi di bambini neri. Che non riusciamo a farlo è una preoccupazione legittima e doverosa dei neri, compresi quelli  che sono contro l’adozione interrazziale o le unioni miste.

 

Tradotto e adattato da un articolo di : Judith Ashton,  former Executive Director of the New York State Citizens’ Coalition for Children

 

 

venerdì, 11 settembre 2009


NO, NON PUOI TOCCARMI I CAPELLI!


I capelli non significano la stessa cosa per le donne bianche e per le donne nere. I capelli per noi donne nere sono un indicatore fisico della nostra differenza. Non è un caso che la prima milionaria nera, Madame CJ Walzer, vendeva prodotti per la cura dei capelli. Parte della bellezza femminile ha incluso sempre lunghe chiome discendenti e per le donne nere che hanno capelli che sfidano la forza di gravità, che rifiutano di essere addomesticati, questo può essere estremamente problematico. Scompigliare i nostri capelli, è scompigliare la vostra sicurezza; molto di chi siamo lo investiamo nei nostri bei riccioli audaci. Tante memorie della mia infanzia coinvolgono il sedermi ai piedi di mia madre, che mi intrecciava i capelli per la settimana. Ogni sabato sera mi scioglievo i capelli ed allora mia madre li lavava e li intrecciava. Quindi mettevo la mia retina da notte e andavo a letto pensando a come sarei sembrata carina in chiesa il giorno dopo.

Questo è un rituale al quale la maggior parte delle donne nere possono far riferimento. Come ragazzina nera che cresceva in un quartiere principalmente greco ed italiano, i miei capelli si trasformavano spesso in un argomento di conversazione. Ero una curiosità. La gente li toccava e faceva domande riguardo alla loro cura come se miei capelli fossero una specie di cane domestico. Non gli veniva mai in mente che stavano comportandosi da razzisti, o che  mi stavano trattando come una specie di creatura esotica.

Oggi sono una donna adulta con i dreadlocks che raggiungono la metà della schiena. Li amo e sono un'espressione del mio orgoglio razziale. Quello che molti bianchi spesso non capiscono è che portare i nostri capelli al naturale è una scelta politica da parte delle donne nere. In una cultura che insegna costantemente che qualunque cosa nera, o connessa con la nerezza, è negativa, portare pubblicamente i nostri capelli al naturale è abbracciare la nerezza come positiva.

 Spesso, quando i media scelgono di ritrarre le donne nere come arrabbiate o rivoluzionarie, i nostri capelli vengono alterati alla loro condizione naturale anche se la donna in questione ha lisciato i capelli. L'esempio più recente di questo, si può ritrovare nella tremenda copertina del Newyorker, in cui Michelle è stata rappresentata con un Afro e un fucile. I capelli naturali si identificano con  il rivoluzionario perché dichiarano che non ambisco alla bianchezza. Dicono che ho decolonizzato la mia mente e non cerco più di abbracciare le qualità del mio oppressore.

Si oppongono alle tradizioni di bellezza che cercano di raffigurare le donne nere come non femminili e quindi non desiderabili. I miei capelli naturali sono una delle espressioni più vere di come amo me stessa, perché ho operato una scelta cosciente per dire che sono bella, senza stratagemmi o marchingegni.

 Inoltre affermano che non sarò giudicata in base al criterio di femminilità bianca. La mia bellezza è un regalo dalle mie antenate che sapevano ad un livello più istintivo di quello che noi sappiamo oggi, che ogni 'donna' è bella quanto crede di esserlo. Oggi ho la sicurezza di affermare con forza che no, non potete toccare i miei capelli. Non sono un animale ad un giardino zoologico. Non sarò il vostro percorso nell'esotico.

  Ancora peggio di quelli che chiedono, sono quelli che presumono che hanno il diritto di toccarli senza permesso. Credo che parte di questo stimolo provenga dal fatto che alle donne nere così come a  tante altre donne di colore, storicamente sia stata negata persino la più piccola forma di autonomia corporea. Mentre le donne bianche venivano coperte di strati multipli: corsetti, vesti lunghe fino al pavimento ecc, nessun onore veniva dato al nostro desiderio di modestia. La schiava nera in qualunque momento poteva essere costretta a spogliarsi per il piacere dei suoi proprietari.

Oggi la gente bianca ancora ritiene di avere diritto ai nostri corpi. Può essere un piccolo atto come il contatto dei nostri capelli senza permesso, fino ad uno atroce e serio quanto l'aggressione sessuale. In ogni caso è un’ invasione e un affronto alla nostra integrità corporea. La mia nerezza e la vostra curiosità non vi danno diritto di toccarli. Non mi importa se sorridete mentre lo fate, o se fischiate ‘Nessun dorma’ dal culo. Il mio corpo merita lo stesso rispetto di quello di chiunque altro.

In risposta alla vostra domanda sia espressa che sottintesa:

No, NON MI POTETE TOCCARE  CAPELLI!

(articolo tradotto da Womanist Musings)



postato da: afroitaliani alle ore 23:51 | link | commenti (6)
categorie: etnicitĂ , articoli consigliati, capelli afro
mercoledì, 02 settembre 2009

For blue eyes: Pecola Breedlove lives

written by Anti-Racist Parent contributor Renee; originally published at Womanist Musings

If a Black girl is very lucky she is born into a family that will cherish her. She will be told repeatedly that she is beautiful, even that she is a princess. Those first years are very important in building a solid self-esteem. They will be needed to help deal with the stressful years ahead, when she will be told repeatedly that she is different, run of the mill, loud, rude, abrasive and even ugly. In the years ahead, she will meet Whiteness head on and the specter of Pecola Breedlove will visit her, in her quiet moments.

If she happens to be dark skinned, the Blackest of Black, those around her might ridicule her, having internalized the blue-eyed standard of beauty. She will note how those with the lighter skin get more attention, are called beautiful, and are held up as the epitome of Black female beauty. She will watch as they toss their long, straight hair over their shoulders and wonder how her short nappy locks seem so unloved, no matter how painstakingly styled.

She will jump rope, play hopscotch, and even tag, but she dare not disagree with her playmates because she has already learned that her color will make her the aggressor, no matter her action. Don’t scream like the other little girls and never raise your voice in anger. When she is alone and looks into a mirror, she will wonder what it is about her that makes her so different. She does everything that the other little girls do in an effort to fit in but somehow this barrier, one that is not of her own making, refuses to give way.

In an effort to bridge the gap, she will explain her hair care rituals on command. She will speak of washing it once a week and then having it oiled and styled, only to be called dirty because the White girls wash their hair daily. They will turn their noses at the mere mention of hair oil, yet to her it is one of the most tender moments of the week. It is the time when she has 100% of her mother’s attention. It is the time when they may discuss everything and anything. How can this ritual be bad, when it often feels so comforting?

She will struggle to find something about herself to love. Her nose is far too broad and not like the other girls. Her lips are too full and she bites them desperately, wishing that they would deflate. In the quiet moments she will remember her parents telling her that she is beautiful and that she is smart, but the Breedlove curse hangs heavy and hard.

She will point out Black superstars to her friends, believing that she will find validation in their fame. “Hey guys”, she’ll announce, “have you heard that new song by Tracy Chapman, ‘Fast Car’ — isn’t she just great?” “The song is okay,” they will answer, “but Tracy is kind of ugly.” Dejected, she will retreat into a corner, thinking once again about the blue-eyed promise.

Her teenage years approach and boys and men begin to display desire for her. She is unprepared for their advances. At first she loves her burgeoning womanly form. Her body is curvaceous and her breasts full. Finally, she thinks, people think I am beautiful… until she learns that it is not that men find her beautiful, but that they have come to claim her. A Black woman’s body does not belong to her. It is assumed to be for the sexual satisfaction of men and they could care little about her thoughts and desires. They only want what she has between her legs.

Wherever she goes, Pecola is her constant shadow. Will she learn to love her Blackness despite the fact that world around her has told her that she has no value? Will she succumb, like Pecola, to feelings of insanity and find herself wishing desperately for blue eyes in the false belief that they will make the world think that she is beautiful and therefore worthy? If she had blue eyes, would people see her for who she really is? Her journey is not unique and yet in the quiet moments when Pecola whispers, playing the strong Black woman seems too much of a burden. The gentle sleep calls and night fades to black. Who will arise in the morning is anyone’s guess.

Editors Note: Pecola Breedlove is a reference to Toni Morrison’s The Bluest Eye. If you have not read it, get thee to a library quickly.


and

black kids white community, bluest eye, international adoption and culture

How do we raise black children in an all-white community and still maintain a healthy sense of identity? How do we combat Eurocentric standards of beauty? Do internationally adoptive parents go too far with the cultural activities, at the expense of talking to their kids about race? Carmen Van Kerckhove, Tami Winfrey Harris, and Jae Ran Kim discuss:

blogtalk.vo.llnwd.net/o23/shows/show_631705.mp3

postato da: afroitaliani alle ore 21:58 | link | commenti
categorie: articoli consigliati
martedì, 07 luglio 2009

Dopo centinaia di proiezioni in tutta Italia, dopo riconoscimenti e premi di prestigio nazionale e internazionale (SalinaDocFest, David di Donatello, Arcipelago Film Festival, Per il Cinema Italiano, BellariaFilmFestival e molti atri), finalmente in onda sulla RAI.

 

COME UN UOMO SULLA TERRA

di Andrea Segre, Dagmawi Yimer e Riccardo Biadene

prodotto da Asinitas Onlus e ZaLab  (52’ – 2008)

Per la prima volta in un film, la voce diretta dei migranti africani sulle brutali modalità con cui la Libia controlla i flussi migratori, su richiesta e grazie ai finanziamenti di Italia ed Europa.

 

GIOVEDI’ 9 LUGLIO 2009

ore 23.40 – RAI 3 (trasmissione DOC 3)

Dal 2003 Italia ed Europa chiedono alla Libia di fermare i migranti africani. Da maggio di quest’anno la marina italiana respinge i migranti in Libia. Ma cosa fa realmente la polizia libica? Cosa subiscono migliaia di uomini e donne africane?  E perchè tutti fingono di non saperlo?

 

COME UN UOMO SULLA TERRA

il film contro i respingimenti in Libia

info: http://comeunuomosullaterra.blogspot.com

 

Dag studiava Giurisprudenza ad Addis Abeba, in Etiopia. A causa della forte repressione politica nel suo paese ha deciso di emigrare. Nell’inverno 2005 ha attraversato via terra il deserto tra Sudan e Libia. In Libia, però, si è imbattuto in una serie di disavventure legate non solo alle violenze dei contrabbandieri che gestiscono il viaggio verso il Mediterraneo, ma anche e soprattutto alle sopraffazioni e alle violenze subite dalla polizia libica, responsabile di indiscriminati arresti e disumane deportazioni. Sopravvissuto alla trappola Libica, Dag è riuscito ad arrivare via mare in Italia, a Roma, dove ha iniziato a frequentare la scuola di italiano Asinitas Onlus punto di incontro di molti immigrati africani coordinato da Marco Carsetti e da altri operatori e volontari. Qui ha imparato non solo l’italiano ma anche il linguaggio del video-documentario. Così ha deciso di raccogliere le memorie di suoi coetanei sul terribile viaggio attraverso la Libia, e di provare a rompere l’incomprensibile silenzio su quanto sta succedendo nel paese del Colonnello Gheddafi. “Come un uomo sulla terra” è un viaggio di dolore e dignità, attraverso il quale Dagmawi Yimer riesce a dare voce alla memoria quasi impossibile di sofferenze umane, rispetto alle quali l’Italia e l’Europa hanno responsabilità che non possono rimanere ancora a lungo nascoste. Il documentario si inserisce in un progetto di Archivio delle Memorie Migranti che dal 2006 l’associazione Asinitas Onlus, centri di educazione e cura con i migranti (www.asinitas.net) sta sviluppando a Roma in collaborazione con ZaLab (www.zalab.org), gruppo di autori video specializzati in video partecipativo e documentario sociale

 

In onda su RAI 3 il 9 luglio 2009 alle 23.40


postato da: afroitaliani alle ore 09:28 | link | commenti (4)
categorie: eventi, immigrazione, razzismo
mercoledì, 24 giugno 2009

Invito a partecipare alla sfilata
 dell'ANTICA SARTORIA ROM



Il giorno 30 giugno 2009, alle ore 12, presso la sede della Rivista Carta
 (Sala Pintor),
Viale Scalo S. Lorenzo, 67, Roma

l’Antica Sartoria Rom è lieta di invitarLa alla
presentazione della collezione 2009 dedicata principalmente alla linea bambina.

La Cooperativa, avendo lo scopo di perseguire l’interesse generale delle Comunità Romanì alla promozione umana e all’integrazione sociale, con particolare riferimento alla salvaguardia dei diritti delle donne appartenenti alle Comunità suddette, ha finora avviato una serie di interventi volti all’inserimento lavorativo delle Romnià (donne Rom) nel settore della promozione e diffusione della loro cultura.

L’attività sartoriale rientra in questa serie di interventi.

Oggi la cooperativa si avvale di un suo laboratorio di ricerca, progettazione e sviluppo dei modelli, realizzati dalle donne di etnia Rom provenienti dai campi nomadi della capitale. In laboratorio vengono messe a punto tecniche specifiche per mantenere intatta la tradizione romanì tardo-ottocentesca, ed allo stesso tempo risolvere ogni esigenza della donna d’oggi.

La qualità dei capi viene garantita dalla cura nei singoli particolari e dall’utilizzo di tessuti tutti rigorosamente in fibra naturale.

Le novità lanciate ogni anno sul mercato, sono un motivo in più che spinge sempre più donne a diventare nostre clienti.
Venite a trovarci!

Un grazie particolare va a tutti coloro che ci hanno aiutato a realizzare questa iniziativa: Ebitemp, Casa dei Diritti Sociali, Associazione Romà Onlus.

www.anticasartoriarom.it
postato da: afroitaliani alle ore 21:36 | link | commenti
categorie: eventi, roma, immigrazione, rom e sinti
giovedì, 11 giugno 2009

Presentazione del
Libro Bianco sul Razzismo in Italia
da www.lunaria.org
 

Venerdi' 12 giugno 2009, a Roma, presso la Sala della Pace della Provincia di Roma, via IV Novembre 119/a H. 10-13, Lunaria presenta il Libro Bianco sul Razzismo in Italia.

Un lavoro collettivo realizzato da: Paola Andrisani, Sergio Bontempelli, Alberto Burgio, Angelo Caputo, Giulia Cortellesi, Giuseppe Faso, Marcello Maneri, Grazia Naletto, Annamaria Rivera, Maurizia Russo Spena, Luciano Scagliotti.

Partecipano gli autori
Coordina Giulio Marcon - Presidente di Lunaria.

Il razzismo e' un' 'emergenza' o e' diventato un fatto sociale ordinario? Vi e' o no una responsabilita' della politica, delle istituzioni, degli intellettuali, dei media nella produzione e riproduzione dei discorsi e delle pratiche stigmatizzanti che alimentano le discriminazioni e le violenze razziste? Lunaria ricostruisce l'evoluzione del razzismo in Italia negli ultimi due anni a partire dalla narrazione di 319 casi di razzismo quotidiano realizzata grazie al monitoraggio della stampa tra il 1 gennaio 2007 e il 15 aprile 2009.

Clicca qui per leggere il comunicato stampa.

Per informazioni: Tel. 068841880 antirazzismo@lunaria.org


postato da: afroitaliani alle ore 13:36 | link | commenti (4)
categorie: eventi, roma, razzismo, etnicitĂ 
giovedì, 14 maggio 2009

CRESCERE UNA FIGLIA NERA IN ITALIA,

testimonianza di una mamma

Sasha e Malia alla Casa Bianca

di R.Ingrao

Ho una figlia giovane, bella e nera (“perché nera, marrone” precisava lei da piccola). D’estate al mare si abbronza, sì anche la pelle nera si abbronza e come succede per quella bianca si vede la differenza tra la parte esposta e quella coperta dal costume. Non lo sapevo, l’ho scoperto con mia figlia. Ho scoperto tante cose con lei, capita a tutti i genitori, immagino.  

Quando, a 5 anni è entrata nella mia vita, le ho comprato un ciccio bello nero, la sua prima bambola. Ma nel giro di pochi mesi ha voluto e ha avuto bambolotti bianchi, ciccio bello è diventato mio figlio nei giochi che facevamo insieme. Nel giro di pochi anni la sua famiglia è cresciuta e ha scelto, uno dopo l’altro, una magnifica serie di bambolotti scuri, i suoi figli, i miei nipoti. Ho pensato che il momento peggiore – quello in cui  piccola piccola mi diceva che si voleva levare la pelle per averla come la mia – era passato. Che cominciava a volersi bene e forse persino a piacersi, a riconoscere quanto fosse bella e quanto fosse bella anche la sua pelle nera, cosa di cui peraltro era convinta la sua più piccola e bianchissima cuginetta che la guardava con ammirazione.

                                                   *****

Per Obama ho fatto il tifo – sì, proprio il tifo, più cuore che testa più pancia che cervello - fin dalle primissime primarie, quando non sapevo chi fosse – sentivo il suo nome per la prima volta  - e le uniche notizie erano quelle poche, non particolarmente eccitanti, fornite da giornali e tv. Ho tifato per Obama, come ho tifato per Hamilton, il campione automobilistico. Per ogni nero e nera che abbia successo, che possa rappresentare un modello positivo, un modello vincente per mia figlia. Che si chiami Naomi Campbell, o Beyoncè, Tyra Banks o Will Smith, Craig David o Ronaldinho. Per fortuna ce ne sono tanti, mia figlia li ha scoperti in un personale percorso di selezione dei suoi “miti” e delle sue passioni, che include naturalmente anche Brad Pitt e Angiolina Jolie, Laura Pausini e Tiziano Ferro, Tom Cruise e David Beckam.

Per Obama abbiamo tifato insieme. Anche se io ho avuto paura a coinvolgerla troppo, a comunicarle l’idea di uno scontro radicale, di un conflitto storico in cui la “sua pelle” poteva perdere. Durante le primarie mi preoccupavo di rassicurarla che Hillary Clinton è una donna seria, preparata, pacifista. Che non succedevano drammi se vinceva lei. E dopo… Dopo bisognava aspettare e incrociare le dita ma comunque McCain non è Bush.

                                                     ****      

Non è facile crescere in Italia con la pelle scura. Anzi purtroppo temo che non è facile crescere con la pelle scura da nessuna parte. Mi ricordo quanto mi colpì, tanti anni fa, molto prima che mia figlia entrasse nella mia vita, scoprire che un mio conoscente e la moglie nel fare domanda di adozione avevano dichiarato di non essere disponibili ad adottare un bambino nero, di non sentirsi in grado di affrontare le difficoltà in più di integrazione che questo comportava. L’ho sentito come un violento cazzotto nello stomaco, qualcosa francamente di inconcepibile. Ne ho discusso – ricordo – con amiche comuni che, probabilmente giustamente – mi spiegavano come fosse più onesto riconoscere questa difficoltà (o questo pregiudizio?), proprio per il bene del bambino. Eppure una parte di me non riesce ad accettare un atteggiamento che così male si concilia con la pratica dell’adozione, non riesco a liberarmi del senso di violenza che sento concentrato in questo rifiuto.

                                                         ******

In questi anni ho cercato di proteggere mia figlia proprio da questo senso di esclusione che si annida in comportamenti, sguardi, frasi apparentemente innocue sulla diversità. Che incontri improvvisamente nelle battute di un film, nelle pagine di un libro (e allora salti una riga, ometti una frase o una parola, come, mi ricordo, la descrizione dei “negretti buon selvaggi” in Pippi Calzelunghe). Perchè te ne senti ferita e immagini, temi quanto ne possa soffrire lei. Un senso di esclusione che è nelle piccole cose quotidiane e ancor più brutalmente nella storia, nel passato lontano e in quello recente, nella cronaca del nostro stesso presente.

Non so se ci sono riuscita, non so se l’ho protetta troppo o troppo poco. Perché è un equilibrio difficile quello fra attrezzare una figlia alla cattiveria del mondo, mostrandogliela in tutti i suoi aspetti o invece nascondergliela per quanto possibile, cercando all’opposto di costruire un mondo di serenità, di relazioni positive, di affetti.

La ami, il più possibile, e questa è la protezione più semplice, più immediata. E insieme a te la amano la tua famiglia, i tuoi amici, i suoi compagni: è un mondo per fortuna altrettanto reale quello che la accoglie ogni giorno, che la include positivamente. Senza per questo cancellare gli altri mondi e le altre famiglie da cui proviene e di cui fa parte: le persone lasciate in Africa, da tenere vive con la memoria dei racconti, delle foto, delle telefonate, i parenti approdati in Italia con cui mantenere i contatti, da continuare a frequentare, per non perdere il sapore di certi cibi, per apprendere la cura del proprio corpo, per conoscere altre abilità.

Ma non basta. E allora quando cresce cerchi di attrezzarla con gli  strumenti della conoscenza, della cultura, attraverso la storia e le storie di altri. Le parli di Nelson Mandela, e della lotta contro l’apartheid, le parli di Martin Luther King, di Rosa Parks, delle battaglie dei neri per i diritti civili, degli atleti con il pugno chiuso alle olimpiadi, del colonialismo e della lotta per l’indipendenza, per lo sviluppo, contro la fame nell’Africa di oggi. Cerchi di trovare spazio nella sua mente, nel suo cuore, nella sua psiche a figure nobili, coraggiose, che hanno combattuto, hanno fatto la storia e rappresentato il progresso per tutta l’umanità. Ma poi ti fermi; cerchi di alleggerire il bagaglio di racconti, immagini in cui la condizione di schiavo, di separato, di umiliato, di sofferente, di affamato assume sempre il colore nero della pelle. E’ una bambina, tu bambina non hai dovuto combattere con questo peso, con questa identità con cui è così difficile confrontarsi, tu hai avuto un’altra eredità, quella del senso di colpa, del sentimento di un’ingiustizia  assoluta, inaccettabile, che pure ti devi sforzare di ricondurre nel solco della storia.

                                                        ****           

Cerchi l’equilibrio, limiti il cattivo e cerchi il buono, censuri i libri e inventi storie, scegli certi film ma  non sempre ne puoi evitare altri. E allora provi a compensare, a valorizzare storie, percorsi, carriere meno eroici ma altrettanto importanti a dare sicurezza in se stessi.

Il motivo principale per cui, qualche anno fa, mi sono abbonata a Sky è stato proprio quello di fornire a mia figlia una visione del mondo un po’ meno angusta e un po’ più colorata di quella che offriva la televisione italiana. A volte me ne pento perché ho scoperto che sul satellite proliferano ogni tipo di reality show, di cui le nostre giornate familiari sono bombardate. Ma negli infiniti canali satellitari mia figlia ha potuto trovare sit-com, serie tv, film, show, programmi di intrattenimento made in Usa  i cui personaggi  e protagonisti rappresentano un’umanità variata, dove chi ha la pelle nera non è necessariamente né un eroe né un derelitto ma semplicemente una persona normale.

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E proprio per difendere la sua normalità, ho scelto in alcuni casi il silenzio. Ad esempio di fronte a recenti episodi di razzismo (pestaggi, umiliazioni, soprusi fino ai casi estremi di omicidio) ho scelto di nascondere, di non  parlarne come faccio di solito, di spegnere la tv e chiudere il giornale. Mi sentivo totalmente impotente a difenderla dalla xenofobia, dal clima avvelenato che sentivo nelle parole di troppi miei concittadini ma anche di troppi esponenti politici, ho avuto paura per lei, ho cercato con il mio silenzio di azzittire le voci, i discorsi, le grida dell’intolleranza e dell’odio che potessero spaventarla. E dentro di me ho sentito allargarsi l’angoscia che ogni genitore prova per il futuro dei propri figli, aggravato però da questa sensazione di pericolo razzista che poteva colpirla. E ho pensato –o forse è meglio dire sentito -  che l’unica strada possibile era controllarla di più, proteggerla anche fisicamente, tenerla a casa, assicurarsi dei luoghi e delle persone che frequenta. Come se fosse possibile tenere a bada una quindicenne.

L’unica consolazione averla adottata in tempo, dopo dieci anni in affidamento, era finalmente cittadina italiana, non più straniera esposta ai venti del patriottismo nostrano. Anche se è difficile dimenticare le file in commissariato per i permessi di soggiorno, il senso di precarietà per il passaporto che non arriva mai, le trafile burocratiche per il documento che non è mai a posto, l’umiliazione del controllo improvviso: una condizione con cui continuano quotidianamente a fare i conti migliaia di persone.

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E poi è arrivato Obama. Io ancora non ci credo, non mi sembra possibile. A volte mi sembra di stare in una favola. Altre di vivere in un mondo schizofrenico, che faccio fatica a capire. La mia paura, la mia angoscia crescente per un mondo che non mi piaceva e che mi vedevo crescere attorno, ha trovato un contrappeso: una speranza, proprio come dice Obama “l’audacia della speranza”. Noi eravamo sempre qua, ad assistere spaventati, impotenti e balbettanti al consolidarsi di una perversa alleanza fra le peggiori pulsioni (egoismo sociale, xenofobia, richiami all’ordine, intolleranza…)  presenti nella società e la loro rappresentazione in una solida maggioranza politica, che giustificava, no di più, in molti casi dava voce, enfatizzava queste pulsioni, le trasformava in slogan, in progetti politici, in programmi elettorali, in leggi, inquinando e minacciando le regole della  civile convivenza. E intanto, al di là dell’oceano si stava dipanando la rivoluzione gentile di Barack Obama.

Ho tifato Obama perché era un democratico nero candidato alla Casa Bianca e tanto mi bastava. Chissà se sarei arrivata a tifare anche per un candidato repubblicano nero? Sinceramente non lo so, ma so quanto fosse importante per me e per mia figlia che nella stanza dei bottoni e del potere ci fossero anche Condoleeza Rice o Colin Powell con le loro pelli scure.

Ho tifato con il cuore ma anche con la testa, e con il cuore e con la testa ho capito, giorno dopo giorno, mese dopo mese,  che lo straordinario “miracolo” che si è compiuto è stato possibile proprio perché Obama ha sovvertito le regole del gioco, ha rotto gli steccati, ha rimescolato i ruoli, ha superato i conformismi, ha ridefinito le identità: Obama, la sua straordinaria storia, la sua straordinaria passione e intelligenza (che ho scoperto fra l’altro leggendo i suoi libri) rappresentano il miracolo della politica che torna ad avere valore e ad essere praticata da milioni di persone, che pensano di poter partecipare del destino comune, di far parte di una comunità più larga, più complessa, più ricca delle singole appartenenze.

 

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C’è un’immagine che più di tutte mi si è scolpita nel cuore nella notte di Chicago: la commozione, le lacrime, il volto segnato di Jesse Jackson, del leader nero del passato, così diverso, così lontano da Obama. In quel pianto ho sentito sciogliersi il dolore della storia. Il passato non può essere cancellato, non è mai passato del tutto, vive dentro di noi ma può diventare non fardello ma coscienza per il presente e per il futuro.

Un presente e un futuro che oggi mi appaiono meno grigi e meno preoccupanti nonostante gli scenari cupi dell’economia globalizzata e dei conflitti permanenti. L’uomo più importante del mondo – simbolicamente e realmente – è un afroamericano, con la storia, le idee e i programmi di Obama. Mia figlia è sicuramente più forte e più protetta di ieri dai pericoli del razzismo.

Quest’estate siamo state a Parigi, la prima volta per lei, fresca di passaporto. Una città di cui si è innamorata. A colpirla positivamente, fra le tante cose, è stato vedere per le strade tante coppie miste, non solo fidanzati ma amici, colleghi, gruppi di persone di ogni parte del mondo, di ogni provenienza – africani, asiatici, europei, bianchi, neri e con tutte le sfumature, mescolati e non divisi per appartenenze ed etnie come succede da noi. Mi ha chiesto di venire a vivere a Parigi, le ho promesso che ci sarebbe potuta andare, appena finito il liceo. Chissà, forse, fra qualche anno avrà cambiato idea, in fondo ama molto il suo paese, in cui ha radici solide e profonde; o magari a cambiare sarà il clima delle nostre città, contagiato da una voglia di cambiamento tanto inattesa quanto potente, reso meno angusto e rivitalizzato dal vento americano. Come ci hanno insegnato gli Stati Uniti, molto dipende da noi.

 

P.S. A proposito di sit-com americane. Ce n’è una, molto divertente, “Cory alla Casa Bianca”, che mi capita di vedere con mia figlia, protagonista un simpatico adolescente nero, figlio di un cuoco diventato lo chef del Presidente, un Presidente naturalmente bianco, piuttosto sciroccato, con  una figlia, una ragazzina dispettosa e abbastanza odiosetta. Adesso gli sceneggiatori della prossima sit-com sono più liberi, e per registi ed attori d’ora in poi non c’è più niente di scontato nell’attribuire le parti.

 

da Liberazione di alcuni mesi fa

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ringrazio di cuore chi ha scritto questo articolo e chi me lo ha mandato.

ho condiviso e condivido ogni parola e specialmente ognuna delle esperienze che la mamma di questa ragazza 'giovane, bella e nera' descrive in maniera così significativa nell'articolo.

Le mando un abbraccio 'virtuale' che spero un giorno possa diventare reale....

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martedì, 21 aprile 2009

postato da: afroitaliani alle ore 13:46 | link | commenti (2)
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