CRESCERE UNA FIGLIA NERA IN ITALIA,
testimonianza di una mamma
Sasha e Malia alla Casa Bianca
di R.Ingrao

Ho una figlia giovane, bella e nera (“perché nera, marrone” precisava lei da piccola). D’estate al mare si abbronza, sì anche la pelle nera si abbronza e come succede per quella bianca si vede la differenza tra la parte esposta e quella coperta dal costume. Non lo sapevo, l’ho scoperto con mia figlia. Ho scoperto tante cose con lei, capita a tutti i genitori, immagino.
Quando, a 5 anni è entrata nella mia vita, le ho comprato un ciccio bello nero, la sua prima bambola. Ma nel giro di pochi mesi ha voluto e ha avuto bambolotti bianchi, ciccio bello è diventato mio figlio nei giochi che facevamo insieme. Nel giro di pochi anni la sua famiglia è cresciuta e ha scelto, uno dopo l’altro, una magnifica serie di bambolotti scuri, i suoi figli, i miei nipoti. Ho pensato che il momento peggiore – quello in cui piccola piccola mi diceva che si voleva levare la pelle per averla come la mia – era passato. Che cominciava a volersi bene e forse persino a piacersi, a riconoscere quanto fosse bella e quanto fosse bella anche la sua pelle nera, cosa di cui peraltro era convinta la sua più piccola e bianchissima cuginetta che la guardava con ammirazione.
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Per Obama ho fatto il tifo – sì, proprio il tifo, più cuore che testa più pancia che cervello - fin dalle primissime primarie, quando non sapevo chi fosse – sentivo il suo nome per la prima volta - e le uniche notizie erano quelle poche, non particolarmente eccitanti, fornite da giornali e tv. Ho tifato per Obama, come ho tifato per Hamilton, il campione automobilistico. Per ogni nero e nera che abbia successo, che possa rappresentare un modello positivo, un modello vincente per mia figlia. Che si chiami Naomi Campbell, o Beyoncè, Tyra Banks o Will Smith, Craig David o Ronaldinho. Per fortuna ce ne sono tanti, mia figlia li ha scoperti in un personale percorso di selezione dei suoi “miti” e delle sue passioni, che include naturalmente anche Brad Pitt e Angiolina Jolie, Laura Pausini e Tiziano Ferro, Tom Cruise e David Beckam.
Per Obama abbiamo tifato insieme. Anche se io ho avuto paura a coinvolgerla troppo, a comunicarle l’idea di uno scontro radicale, di un conflitto storico in cui la “sua pelle” poteva perdere. Durante le primarie mi preoccupavo di rassicurarla che Hillary Clinton è una donna seria, preparata, pacifista. Che non succedevano drammi se vinceva lei. E dopo… Dopo bisognava aspettare e incrociare le dita ma comunque McCain non è Bush.
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Non è facile crescere in Italia con la pelle scura. Anzi purtroppo temo che non è facile crescere con la pelle scura da nessuna parte. Mi ricordo quanto mi colpì, tanti anni fa, molto prima che mia figlia entrasse nella mia vita, scoprire che un mio conoscente e la moglie nel fare domanda di adozione avevano dichiarato di non essere disponibili ad adottare un bambino nero, di non sentirsi in grado di affrontare le difficoltà in più di integrazione che questo comportava. L’ho sentito come un violento cazzotto nello stomaco, qualcosa francamente di inconcepibile. Ne ho discusso – ricordo – con amiche comuni che, probabilmente giustamente – mi spiegavano come fosse più onesto riconoscere questa difficoltà (o questo pregiudizio?), proprio per il bene del bambino. Eppure una parte di me non riesce ad accettare un atteggiamento che così male si concilia con la pratica dell’adozione, non riesco a liberarmi del senso di violenza che sento concentrato in questo rifiuto.
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In questi anni ho cercato di proteggere mia figlia proprio da questo senso di esclusione che si annida in comportamenti, sguardi, frasi apparentemente innocue sulla diversità. Che incontri improvvisamente nelle battute di un film, nelle pagine di un libro (e allora salti una riga, ometti una frase o una parola, come, mi ricordo, la descrizione dei “negretti buon selvaggi” in Pippi Calzelunghe). Perchè te ne senti ferita e immagini, temi quanto ne possa soffrire lei. Un senso di esclusione che è nelle piccole cose quotidiane e ancor più brutalmente nella storia, nel passato lontano e in quello recente, nella cronaca del nostro stesso presente.
Non so se ci sono riuscita, non so se l’ho protetta troppo o troppo poco. Perché è un equilibrio difficile quello fra attrezzare una figlia alla cattiveria del mondo, mostrandogliela in tutti i suoi aspetti o invece nascondergliela per quanto possibile, cercando all’opposto di costruire un mondo di serenità, di relazioni positive, di affetti.
La ami, il più possibile, e questa è la protezione più semplice, più immediata. E insieme a te la amano la tua famiglia, i tuoi amici, i suoi compagni: è un mondo per fortuna altrettanto reale quello che la accoglie ogni giorno, che la include positivamente. Senza per questo cancellare gli altri mondi e le altre famiglie da cui proviene e di cui fa parte: le persone lasciate in Africa, da tenere vive con la memoria dei racconti, delle foto, delle telefonate, i parenti approdati in Italia con cui mantenere i contatti, da continuare a frequentare, per non perdere il sapore di certi cibi, per apprendere la cura del proprio corpo, per conoscere altre abilità.
Ma non basta. E allora quando cresce cerchi di attrezzarla con gli strumenti della conoscenza, della cultura, attraverso la storia e le storie di altri. Le parli di Nelson Mandela, e della lotta contro l’apartheid, le parli di Martin Luther King, di Rosa Parks, delle battaglie dei neri per i diritti civili, degli atleti con il pugno chiuso alle olimpiadi, del colonialismo e della lotta per l’indipendenza, per lo sviluppo, contro la fame nell’Africa di oggi. Cerchi di trovare spazio nella sua mente, nel suo cuore, nella sua psiche a figure nobili, coraggiose, che hanno combattuto, hanno fatto la storia e rappresentato il progresso per tutta l’umanità. Ma poi ti fermi; cerchi di alleggerire il bagaglio di racconti, immagini in cui la condizione di schiavo, di separato, di umiliato, di sofferente, di affamato assume sempre il colore nero della pelle. E’ una bambina, tu bambina non hai dovuto combattere con questo peso, con questa identità con cui è così difficile confrontarsi, tu hai avuto un’altra eredità, quella del senso di colpa, del sentimento di un’ingiustizia assoluta, inaccettabile, che pure ti devi sforzare di ricondurre nel solco della storia.
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Cerchi l’equilibrio, limiti il cattivo e cerchi il buono, censuri i libri e inventi storie, scegli certi film ma non sempre ne puoi evitare altri. E allora provi a compensare, a valorizzare storie, percorsi, carriere meno eroici ma altrettanto importanti a dare sicurezza in se stessi.
Il motivo principale per cui, qualche anno fa, mi sono abbonata a Sky è stato proprio quello di fornire a mia figlia una visione del mondo un po’ meno angusta e un po’ più colorata di quella che offriva la televisione italiana. A volte me ne pento perché ho scoperto che sul satellite proliferano ogni tipo di reality show, di cui le nostre giornate familiari sono bombardate. Ma negli infiniti canali satellitari mia figlia ha potuto trovare sit-com, serie tv, film, show, programmi di intrattenimento made in Usa i cui personaggi e protagonisti rappresentano un’umanità variata, dove chi ha la pelle nera non è necessariamente né un eroe né un derelitto ma semplicemente una persona normale.
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E proprio per difendere la sua normalità, ho scelto in alcuni casi il silenzio. Ad esempio di fronte a recenti episodi di razzismo (pestaggi, umiliazioni, soprusi fino ai casi estremi di omicidio) ho scelto di nascondere, di non parlarne come faccio di solito, di spegnere la tv e chiudere il giornale. Mi sentivo totalmente impotente a difenderla dalla xenofobia, dal clima avvelenato che sentivo nelle parole di troppi miei concittadini ma anche di troppi esponenti politici, ho avuto paura per lei, ho cercato con il mio silenzio di azzittire le voci, i discorsi, le grida dell’intolleranza e dell’odio che potessero spaventarla. E dentro di me ho sentito allargarsi l’angoscia che ogni genitore prova per il futuro dei propri figli, aggravato però da questa sensazione di pericolo razzista che poteva colpirla. E ho pensato –o forse è meglio dire sentito - che l’unica strada possibile era controllarla di più, proteggerla anche fisicamente, tenerla a casa, assicurarsi dei luoghi e delle persone che frequenta. Come se fosse possibile tenere a bada una quindicenne.
L’unica consolazione averla adottata in tempo, dopo dieci anni in affidamento, era finalmente cittadina italiana, non più straniera esposta ai venti del patriottismo nostrano. Anche se è difficile dimenticare le file in commissariato per i permessi di soggiorno, il senso di precarietà per il passaporto che non arriva mai, le trafile burocratiche per il documento che non è mai a posto, l’umiliazione del controllo improvviso: una condizione con cui continuano quotidianamente a fare i conti migliaia di persone.
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E poi è arrivato Obama. Io ancora non ci credo, non mi sembra possibile. A volte mi sembra di stare in una favola. Altre di vivere in un mondo schizofrenico, che faccio fatica a capire. La mia paura, la mia angoscia crescente per un mondo che non mi piaceva e che mi vedevo crescere attorno, ha trovato un contrappeso: una speranza, proprio come dice Obama “l’audacia della speranza”. Noi eravamo sempre qua, ad assistere spaventati, impotenti e balbettanti al consolidarsi di una perversa alleanza fra le peggiori pulsioni (egoismo sociale, xenofobia, richiami all’ordine, intolleranza…) presenti nella società e la loro rappresentazione in una solida maggioranza politica, che giustificava, no di più, in molti casi dava voce, enfatizzava queste pulsioni, le trasformava in slogan, in progetti politici, in programmi elettorali, in leggi, inquinando e minacciando le regole della civile convivenza. E intanto, al di là dell’oceano si stava dipanando la rivoluzione gentile di Barack Obama.
Ho tifato Obama perché era un democratico nero candidato alla Casa Bianca e tanto mi bastava. Chissà se sarei arrivata a tifare anche per un candidato repubblicano nero? Sinceramente non lo so, ma so quanto fosse importante per me e per mia figlia che nella stanza dei bottoni e del potere ci fossero anche Condoleeza Rice o Colin Powell con le loro pelli scure.
Ho tifato con il cuore ma anche con la testa, e con il cuore e con la testa ho capito, giorno dopo giorno, mese dopo mese, che lo straordinario “miracolo” che si è compiuto è stato possibile proprio perché Obama ha sovvertito le regole del gioco, ha rotto gli steccati, ha rimescolato i ruoli, ha superato i conformismi, ha ridefinito le identità: Obama, la sua straordinaria storia, la sua straordinaria passione e intelligenza (che ho scoperto fra l’altro leggendo i suoi libri) rappresentano il miracolo della politica che torna ad avere valore e ad essere praticata da milioni di persone, che pensano di poter partecipare del destino comune, di far parte di una comunità più larga, più complessa, più ricca delle singole appartenenze.
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C’è un’immagine che più di tutte mi si è scolpita nel cuore nella notte di Chicago: la commozione, le lacrime, il volto segnato di Jesse Jackson, del leader nero del passato, così diverso, così lontano da Obama. In quel pianto ho sentito sciogliersi il dolore della storia. Il passato non può essere cancellato, non è mai passato del tutto, vive dentro di noi ma può diventare non fardello ma coscienza per il presente e per il futuro.
Un presente e un futuro che oggi mi appaiono meno grigi e meno preoccupanti nonostante gli scenari cupi dell’economia globalizzata e dei conflitti permanenti. L’uomo più importante del mondo – simbolicamente e realmente – è un afroamericano, con la storia, le idee e i programmi di Obama. Mia figlia è sicuramente più forte e più protetta di ieri dai pericoli del razzismo.
Quest’estate siamo state a Parigi, la prima volta per lei, fresca di passaporto. Una città di cui si è innamorata. A colpirla positivamente, fra le tante cose, è stato vedere per le strade tante coppie miste, non solo fidanzati ma amici, colleghi, gruppi di persone di ogni parte del mondo, di ogni provenienza – africani, asiatici, europei, bianchi, neri e con tutte le sfumature, mescolati e non divisi per appartenenze ed etnie come succede da noi. Mi ha chiesto di venire a vivere a Parigi, le ho promesso che ci sarebbe potuta andare, appena finito il liceo. Chissà, forse, fra qualche anno avrà cambiato idea, in fondo ama molto il suo paese, in cui ha radici solide e profonde; o magari a cambiare sarà il clima delle nostre città, contagiato da una voglia di cambiamento tanto inattesa quanto potente, reso meno angusto e rivitalizzato dal vento americano. Come ci hanno insegnato gli Stati Uniti, molto dipende da noi.
P.S. A proposito di sit-com americane. Ce n’è una, molto divertente, “Cory alla Casa Bianca”, che mi capita di vedere con mia figlia, protagonista un simpatico adolescente nero, figlio di un cuoco diventato lo chef del

In via Zuretti a Milano un ragazzo di nome Abdul Salam Guibre, detto Abba, è stato ucciso per avere rubato un pacco di dolciumi da un chiosco mobile. E' morto a soli 19 anni. In Italia aggressioni a chi non è considerato l’italico mainstream sono in aumento. Migranti, turisti, figli di migranti, ma anche chi sembra non conforme alla tipologia dominante italiana (e ci chiediamo qual sia visto che l’Italia è una penisola costruita dall’incontro di popoli... dai cartaginesi ai longobardi, dai normanni agli arabi, dagli spagnoli agli austriaci).
Le aggressioni sono anche mediatiche. Ora l’attacco è rivolto alla comunità rumena, come ieri è già accaduto agli albanesi e ai marocchini. Domani a chi toccherà?
Il clima è tra i più cupi, ma non vogliamo lasciarci abbattere. Per questo ti invitiamo ad unirti a noi nella serata organizzata al Baffo della Gioconda dal titolo Quelli che fanno tacere il razzismo con le parole. Insieme a te ci saranno artisti e membri delle associazioni per un reading a più voci che si vuole trasformare in un grido di indignazione.
Hanno aderito: Gabriella Kuruvilla, Lidia Riviello, Il gruppo teatrale Outsiders, le mamme di bambini/e afroitaliani/e, Mauro Valeri, Cristina Ubax Ali Farah, Igiaba Scego, Anna Fresu, Habtè Waldemariam, Giusy Muzzopappa…ecc ecc con musiche di accompagnamento di Marco Cinque. Gli autori leggeranno loro scritti mischiati a grandi della letteratura e della drammaturgia mondiale.
Ci sarà un piccolo buffet.
Entrata libera.
E se vuoi leggere qualcosa potrai farlo!
Ti aspettiamo, unisciti al nostro No indignato.
ORE 21 Baffo della Gioconda Via degli Aurunci 40
ROMA

Per l’abolizione immediata della legge Bossi-Fini, perché perdere il lavoro a causa della crisi rappresenta per le persone migranti una condanna alla clandestinità.
Per la regolarizzazione di tutte e tutti.
Contro il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, dispositivo di controllo che imprigiona le persone migranti e rende precaria la vita di tutte e tutti.
Contro la criminalizzazione di chi fugge
da guerre e persecuzioni.
Contro le classi separate
per i bambini e le bambine stranieri/e.
Contro la militarizzazione dei confini,
delle città e delle strade.
Contro l’ansia e la paura in cui vorrebbero farci vivere.
Per ripensare insieme un’idea di cittadinanza
che garantisca a tutti/e i diritti fondamentali
e la libertà di scelta e di movimento…
CORTEO CITTADINO A ROMA,
appuntamento alle 14:30 in Piazza di Porta Maggiore
Il percorso autorganizzato di costruzione delle mobilitazioni ha visto la crescente partecipazione di numerose realtà: dai e dalle migranti di Castelvolturno, agli studenti ed alle studentesse, alle scuole in mobilitazione, ai movimenti di donne, femministe e lesbiche, ai comitati di cittadini e cittadine, di lavoratori e lavoratrici, ad artiste ed artisti, ai/alle rifugiat@ ed ai/alle richiedenti asilo.
Invitiamo tutte e tutti a partecipare, a moltiplicare le iniziative anche nelle altre città e a coordinarci per dare più voce alla nostra rabbia.
NOI NON ABBIAMO PAURA!
RETE CONTRO IL PACCHETTO SICUREZZA

Sicurezza di chi? Come combattere il razzismo
a cura di Grazia Naletto
Interventi di: Giulia Cortellesi, Giuseppe Faso, Alessandro Leogrande, Filippo Miraglia, Grazia Naletto, Enrico Pugliese, Annamaria Rivera, Luca Santini, Gianfranco Schiavone, Virginia Valente, Fulvio Vassallo Paleologo.
Leggi la prefazione di Grazia Naletto.
Prefazione
L’uso strumentale della paura e del tema della “sicurezza” da parte del potere non è nuovo, così come non rappresenta certo una novità la relazione di causalità che il discorso pubblico, soprattutto politico e mediatico, propone artificiosamente tra la cosiddetta “questione della sicurezza” e la gestione delle politiche migratorie.
Nel nostro paese il fenomeno migratorio, sin dalle sue origini, è stato rappresentato come una questione di ordine pubblico e sin dagli anni ’80 il ricorso a rappresentazioni criminalizzanti (che hanno colpito di volta in volta gli immigrati nord-africani, albanesi, di religione musulmana, rumeni e – in modo costante – i rom) ha supportato l’iniziativa del legislatore, prevalentemente concentrata nella predisposizione di norme finalizzate al contenimento dei flussi migratori e alla lotta all’immigrazione “illegale”. Ma sarebbe un errore non cogliere le novità e la gravità di quanto è successo in Italia negli ultimi diciotto mesi.
Affermazioni generalizzanti, semplificatorie e, dunque, fuorvianti che tendono a liquidare troppo superficialmente la società italiana come “una società razzista” o, viceversa, come una società in cui il razzismo non trova cittadinanza, non aiutano a comprendere l’importanza e la portata di quanto sta avvenendo.
Così come risultano faziosi e demagogici i dibattiti promossi in alcuni salotti mediatici sul tema della “percezione della sicurezza”, tradotti sin troppo fedelmente in scelte editoriali e giornalistiche. Grazie alla sovra-rappresentazione degli episodi di criminalità commessi da cittadini di origine straniera, la stampa contribuisce in modo irresponsabile a veicolare l’idea secondo la quale “la questione” all’ordine del giorno nel nostro paese è quella della sicurezza e che il rimedio necessario è l’adozione di norme vessatorie nei confronti dei cittadini stranieri. L’occultamento dei tratti reali della crisi italiana, una crisi economica e sociale che riversa sui cittadini i costi di politiche economiche e del lavoro sbagliate, è sin troppo facile.
La tesi che attraversa i contributi ospitati in queste pagine è che per la prima volta nella storia repubblicana l’uso strumentale del tema della sicurezza (soprattutto della sua presunta percezione diffusa) sembra aver aperto la strada alla legittimazione del razzismo con modalità che rischiano di minare fortemente le basi della democrazia disegnata dalla nostra Costituzione.
Nonostante la legge Bossi-Fini approvata nel 2002 costituisca un precedente “esemplare”, i contenuti del complesso dei provvedimenti del “pacchetto sicurezza” adottati (e in corso di adozione) da parte del governo attualmente in carica compiono un ulteriore salto di qualità nella statuizione di un diritto speciale (e dunque discriminatorio) per i migranti, tanto da legittimare numerose forme di discriminazione istituzionale. La gravità delle norme contenute in questi provvedimenti, che cerchiamo di delineare nella prima parte del libro, non risiede solo nelle conseguenze specifiche che esse avranno sulla vita delle persone di origine straniera che arrivano o risiedono nel nostro paese. Devono preoccuparci anche le radici culturali e l’idea di società che le ispira, un tempo attribuibili solo agli esponenti della Lega Nord o alle aree dell’estrema destra, oggi sempre più condivise anche da parte di quella che si autodefinisce l’opposizione parlamentare.
L’idea di una società includente, fondata sui principi di eguaglianza formale e sostanziale che abbiamo ereditato dalla Costituzione repubblicana, sta cedendo il passo ad un modello di società in cui si teorizza non solo l’esistenza ma l’allargamento delle diseguaglianze sociali, che sceglie come principi ispiratori dell’agire sociale l’egoismo, l’individualismo e la competizione e fa tabula rasa dei principi di solidarietà e di universalismo dei diritti che hanno ispirato l’Italia del secondo dopoguerra. La progressiva mercificazione dei diritti, la riesumazione delle forme più regressive di nazionalismo, la riduzione della cittadinanza a condizione indissolubilmente legata alle relazioni di sangue, il rafforzamento normativo e materiale di muri e confini sembrano avere come fine ultimo la stigmatizzazione e l’esclusione dalla società visibile di tutti coloro che per qualsiasi motivo adottano (o si presume adottino) comportamenti difformi dal modello di società stabilito, colpendo in primo luogo coloro che sono nati altrove, ma non solo loro.
Tale visione, come si diceva, ha cessato di essere patrimonio esclusivo delle destre. La pubblicazione sulla prima pagina del quotidiano “La Repubblica” della ormai famosa lettera del sig. Poverini dal titolo “Aiuto, sono di sinistra ma sto diventando razzista”, avvenuta il 7 maggio 2007, seguita da una lettera aperta dell’allora Sindaco di Roma Walter Veltroni, può essere assunta simbolicamente come l’inizio di una campagna mediatica e politica con la quale una parte della sinistra (allora ancora al governo), nel tentativo illusorio di accrescere il consenso dell’opinione pubblica di centro, ha optato per scelte sicuritarie che non solo colpiscono i cittadini stranieri, ma restringono, talvolta in modo paradossale, la libertà personale di noi tutti.
A risuscitare lo slogan della “tolleranza zero” non è stato un ministro di destra ma il dottor sottile Giuliano Amato, quando ancora occupava il Ministero degli interni. I Patti della sicurezza, da questo inaugurati nel maggio 2007, hanno aperto la strada alla trasformazione del sindaco da “rappresentante dei cittadini” a “tutore della sicurezza urbana”, ruolo che ricorda molto quello dei podestà di antica memoria. La caccia ai lavavetri, ai writers e ai parcheggiatori abusivi, estesasi nell’estate 2008 in modo paradossale, ai mendicanti, ai senza tetto, ai turisti che osano mangiare un panino in strada, ai venditori di giornali ambulanti, ai commercianti che allestiscono vetrine al di fuori dell’orario consentito, ai cittadini minori di 65 anni (!) che osano sedersi a leggere su una panchina in un parco, è stata lanciata da parte di un assessore del capoluogo della “rossa” Toscana.
Ed ancora. È un Governo di centro-sinistra che, a seguito dell’omicidio della signora Reggiani ad opera di un cittadino rumeno, ha convocato d’urgenza un Consiglio dei Ministri con il quale ha accelerato l’approvazione di un decreto legge sulle espulsioni di cittadini comunitari, poi risultato palesemente incostituzionale. È insomma anche la storia recente scritta dalla sinistra ad aver offerto, grazie alla campagna dei media, un contributo significativo alla diffusione di sentimenti di intolleranza e di xenofobia presso l’opinione pubblica. Le prime pagine dedicate agli episodi di criminalità, soprattutto se commessi da cittadini stranieri, hanno scandito sistematicamente le cronache italiane dei principali quotidiani e dei telegiornali.
Cronache che nel 2008 hanno registrato anche l’escalation di dichiarazioni, atti e comportamenti violenti, quando non di vere e proprie aggressioni di matrice xenofoba e razzista. La sensazione, ma ci auguriamo di essere smentiti presto dai fatti, è che le campagne politiche e mediatiche cui si è accennato, senza soluzione di continuità nel passaggio da una legislatura all’altra, abbiano costituito l’humus favorevole per un mutamento di fondo del modo in cui una parte significativa dell’opinione pubblica guarda le donne, gli uomini, i giovani di origine straniera, in particolare i rom. È sempre più frequente la possibilità di intercettare per strada discorsi xenofobi e razzisti pronunciati indifferentemente da persone di età, ceto sociale, quartiere di residenza diversi. L’agire politico e il discorso mediatico hanno evidentemente avuto l’effetto di eliminare quei freni inibitori che fino a qualche tempo fa inducevano a tenere per sé, anche quando c’erano, sentimenti e pulsioni xenofobe.
Oggi l’idea del “farsi giustizia da sé” sembra essersi saldata pericolosamente con la legittimazione politica, culturale e normativa del razzismo: è questa la novità che deve suscitare la nostra attenzione, senza farci cadere in equivoci generalizzanti. Non si tratta solo di “impressioni” soggettive. Ci sono purtroppo anche fatti gravissimi che sembrano confermarle. L’Italia è un paese in cui “capita” che il campo rom di Ponticelli venga incendiato dalla popolazione del quartiere a seguito del presunto tentativo di rapimento di una bambina da parte di una giovane rom (13 maggio 2008). Oppure “capita” che la spedizione di matrice fascista, operata a Roma nel quartiere Pigneto, ai danni di negozi gestiti da cittadini bengalesi e pakistani (24 maggio 2008), venga accolta dagli applausi dei residenti. Ronde “autorganizzate” contro prostitute e transessuali fioriscono in varie città mentre Nicola Tomassoli, 29 anni, colpevole di aver negato una sigaretta a un gruppo di fascisti, perde la vita a Verona (1 maggio 2008) e Assunçao Bonvindo Mutemba, giovane angolano di 24 anni, viene picchiato a sangue all’uscita di una discoteca perché la sua pelle è nera (20 agosto 2008). Assunçao ha il “privilegio” di avere un padre potente e accreditato e la sua denuncia trova facilmente eco sulla stampa.
È in corso, insomma, un pericoloso processo di normalizzazione dell’uso della violenza verbale e fisica nei confronti di chiunque appaia diverso e, specificatamente, di chi è nato altrove, al quale occorre porre un freno prima che sia troppo tardi. Ciò richiede l’assunzione di responsabilità soggettive e individuali da parte di ciascuno e di ciascuna di noi. La migliore lotta al razzismo è quella diffusa, quotidiana, svolta in prima persona utilizzando tutte le sedi, gli strumenti, le forme disponibili e le occasioni che si presentano. Sull’autobus, nel bar sotto casa, a scuola, sul posto di lavoro. Nella consapevolezza che essa è essenziale per la difesa dei diritti di tutti.
Il razzismo non crea sicurezza, è questo l’equivoco che dobbiamo decostruire. La speranza è che queste pagine offrano un incoraggiamento e un contributo in tal senso.
a cura di Grazia Naletto
Interventi di: Giulia Cortellesi, Giuseppe Faso, Alessandro Leogrande, Filippo Miraglia, Grazia Naletto, Enrico Pugliese, Annamaria Rivera, Luca Santini, Gianfranco Schiavone, Virginia Valente, Fulvio Vassallo Paleologo.