Sette ragazzi e ragazze di origine africana spiegano cosa significa essere nati a Roma da genitori stranieri (o esserci arrivati da piccoli): la scuola, il rapporto con la famiglia e con i coetanei, la religione, il razzismo, i sogni.
Il futuro dell’Italia sarà sempre più disegnato da storie come quella di Adil, che vorrebbe fare il giornalista, di George e del suo gruppo rap o, ancora, come quella di Imam, attiva nell’associazione dei Giovani musulmani d’Italia.
Ingy Mubiayi è nata a Il cairo nel 1972 da madre egiziana e padre congolese. È laureata in Storia della civiltà arabo-islamica e gestisce una libreria a Roma. Ha pubblicato racconti in diverse antologie, tra cui Pecore nere (Laterza).
Igiaba Scego è nata a Roma nel 1974 da genitori somali. È laureata in Lingue e sta svolgendo un dottorato di ricerca in Pedagogia all’università di Roma Tre. Ha pubblicato i romanzi La nomade che amava Alfred Hitchcock e Rhoda (entrambi Sinnos editrice) e due racconti nell’antologia Pecone nere (Laterza).
7.00 euro Acquista online

Mamadou va a morire
Di Gabriele Del Grande
(Infinito Edizioni)
Un libro dalla parte dei fuggitivi, ad ogni costo
Gabriele Del Grande racconta i viaggi, spesso senza speranza, di chi attraversa quello che noi ci ostiniamo a chiamare Mare Nostrum. L'autore è andato alla ricerca delle rotte delle migrazioni recandosi in Africa settentrionale e in Turchia
A volte, si ha la fortuna di incontrare giornalisti che sanno far viaggiare. Narratori che si impadroniscono delle storie per ribaltarle addosso a chi legge, lasciando che coesistano curiosità intellettuale, passione, capacità di lasciare che siano le voci degli altri, i sapori e i colori dei luoghi che si raccontano, ad imporsi sulla voce del narratore. Per mesi Gabriele Del Grande - classe 1982 come si direbbe per un talento sportivo - si è spostato nei paesi, nelle città e nei villaggi dell'Africa settentrionale e di alcuni stati subsahariani, fino alla Turchia.
E' andato alla ricerca delle rotte di chi cerca di forzare gli steccati della fortezza Europa, di chi vuole, come si dice ormai in gergo "bruciare la frontiera". Ha raccontato il mondo dei passeur e di coloro che si affidano solo alle proprie capacità, ha raccolto brandelli di storie, pugnalate che immergono in un mondo di sconfitti, alcuni sopravvissuti, altri persi come eroi di una guerra subita e mai dichiarata.
Mamadou va a morire (Infinito edizioni, pp.160, euro 14) è un piccolo grande "Viaggio al termine della notte", è lo sguardo dall'altra parte di quello che continuiamo, con imperdonabile cinismo linguistico, a chiamare Mare Nostrum . E' un viaggio violento e doloroso, dove le storie di chi cerca miglior fortuna in Europa, perdono la loro algida neutralità di dato statistico e acquistano un volto, uno sguardo, una dimensione spazio-temporale.
Non si possono non sentire le urla di rabbia né voltarsi guardando le spalle rapprese di chi sembra rassegnato, arrivano come pugni sullo stomaco i racconti delle violenze subite nei campi di concentramento finanziati dalla civile Unione Europea, per alzare il muro. Parla chi ha percorso a piedi centinaia di chilometri di deserto prima di essere rispedito a casa come in un crudele Gioco dell'Oca, parla chi ha visto morire nella sabbia parenti e amici, chi è sopravvissuto ai naufragi, chi tenta - in assenza di reali spazi di democrazia - di aiutare gli uomini e le donne che scelgono di rompere con un paese in cui non trovano futuro. Persone nascoste, nel buio di una foresta o ai margini di una città, in attesa che si apra un varco.
Cambiano i luoghi, i paesi di provenienza, le rotte seguite, i rischi a cui si va incontro e i soprusi subiti, eppure la sommatoria di tante differenze, la loro sintesi estrema, è in una impossibilità alla resa. Dicono tutti e tutte la stessa cosa: «Non ci siamo riusciti. Ritenteremo». Dovrebbero capirlo bene i governanti dei paesi che dal fronte dei privilegiati guardano con timore e ignoranza ad un inesistente pericolo di invasione. Non arriveranno i barbari, non ci sono né ci saranno le orde pronte ad assalire i sacri suoli natii e non serve a nulla dilapidare risorse per alzare steccati di filo spinato o inventarsi agenzie di polizia internazionale come Frontex, non serve cedere al ricatto di governi fondati sulla corruzione e sulla repressione, fornendo loro gli strumenti per effettuare il lavoro sporco, per spostare più a sud le frontiere lasciando nel buio delle cronache dell'altro mondo la vita di migliaia e migliaia di persone.
Fulvio Vassallo Paleologo, nell'introdurre questo articolato reportage, definisce il ruolo di avanguardia dei governi italiani nel rendere prassi le espulsioni e le deportazioni così come la gestione criminale degli accordi di riammissione e chiama alla necessità/dovere di non dimenticare nessuna di queste tragedie annunciate. Ogni vittima della guerra per raggiungere le coste europee è compiuta non in nostro nome ma con la complicità delle nostre scelte politiche, ogni cadavere raccolto dalle reti in mare dai pescatori, ogni scheletro che resta a seccare insepolto nella sabbia, ogni colpo di arma da fuoco sparato contro chi tenta di scavalcare le reti, porta le tracce indelebile di chi crede di difendere l'esclusività dei propri privilegi. La percentuale delle persone che prova a raggiungere l'Europa, in particolare Spagna, Italia e Grecia, dal "fronte sud" o dalla Via della seta e delle spezie, è poca cosa rispetto alla portata degli spostamenti migratori ma è divenuta il simbolo di un continente che si chiude e l'esasperazione, questa si barbara, di utilizzare qualsiasi mezzo per annientare chi osa mettersi in viaggio.
Ma Gabriele Del Grande non parla con delle povere vittime: incontra attori consapevoli, soggetti che mettono in gioco la propria vita non solo per sfuggire a guerre, fame miseria e servizio militare.
Le voci che si mescolano e che ritornano con un eco potentissima capace di rendere inutile qualsiasi radar sono di uomini e donne alla ricerca di un progetto di vita diverso da quello a cui sono condannati. Magari restando a casa avrebbero garantito un pasto caldo e una famiglia, avrebbero potuto sopravvivere nell'arte di arrangiarsi propria di una economia informale, nell'attesa di tempi migliori.
Ma sono persone che decidono di cercarsi un futuro, scelte maturate nelle notti e nelle giornate che si susseguono sempre uguali, nei racconti che arrivano dagli amici che hanno avuto la fortuna di farcela, oppure scelte fatte all'ultimo momento, quando si sta accompagnando un parente che ha deciso di imbarcarsi nottetempo e si sale a bordo con l'incoscienza vitale di chi sente di non aver nulla da perdere, con il coraggio di chi ha bisogno di gettarsi dietro le spalle ogni traccia di un destino già segnato.
Un "Diritto di Fuga" come direbbe Sandro Mezzadra, che non è indipendente dai tanti fattori ambientali, sociali, economici e politici, ma che acquista una sua propria soggettività, diventa storia, sasso eversivo nello stagno dei confini prestabiliti, delle barriere di classe, di censo e di colore della pelle.
Non si può chiudere questo libro senza ritrovarsi, ad ogni costo, dalla parte dei fuggitivi.
Stefano Galieni, da “Liberazione” del 29/05/2007
vedere anche :
| Appello per i bambini Rom e Sinti : anche loro sono bambini! da Officina Soc. Coop. |
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E' in corso una offensiva potente che unisce partiti, giornali, tv, intellettuali moderati: punta a rovesciare la realtà, a creare
una frattura tra ceto medio e più poveri, a realizzare un blocco d'ordine. Poi a sostituire il centrosinistra con la grande coalizione
I centristi vogliono il regime
Urge una risposta di sinistra
Piero Sansonetti
I giornali italiani, e la televisione, e i partiti politici - la gran parte dei partiti politici - sono concordi su un punto: l'Italia sta vivendo un momento di straordinaria emergenza. Perché? Ci sono due problemi che evidentemente sovrastano tutti gli altri: da una parte il terrorismo che dilaga, come ieri è tornato a dire il ministro Amato; dall'altro l'enorme aumento della delinquenza. Il "Corriere della Sera", in un articolo molto informato, precisava (cito testualmente) «Emergenza nomadi, accattonaggio, prostituzione: sono tre delle situazioni più a rischio-criminalità della capitale, finite nel mirino del patto per la sicurezza» (il patto Veltroni Amato).
Non c'è dubbio, la situazione è serissima. E' vero che le statistiche dicono che l'enorme aumento della delinquenza è accompagnato da una forte diminuzione dei reati, e questa, a qualche superficiale osservatore, potrebbe sembrare una contraddizione. Ma non tutti i reati sono uguali. Conta la qualità del reato: rispetto a dieci o vent'anni fa, certo, sono diminuiti reati minori come omicidi e sequestri di persona, ma questo risultato è rovesciato dall'aumento dei bambini che chiedono le elemosina in forme talvolta insopportabili e petulanti. L'altro giorno, per esempio, uno di quei quotidiani gratuiti molto letti a Roma, pubblicava, giustamente indignato, in prima pagina, a tutta pagina, la fotografia di una ragazza rom inginocchiata per terra a mani giunte a piazza Argentina a chiedere l'elemosina. Capite che mascalzona?, si chiedeva, giustamente, la didascalia: approfitta del suo aspetto gentile e "madonnesco" per spillare quattrini ai passanti. Difficile di fronte a situazioni così pericolose non chiedere mano forte e repressione. Ed è anche naturale che in questo clima d'inferno qualcuno abbia pensato alla deportazione. I nomadi romani saranno trasferiti a forza fuori dal raccordo anulare. In dei campi. In questi campi saranno concentrati. Per loro non è una novità.
Comunque nessuno potrà più dire che il governo resta con le mani in mano. Spinto a gran voce da stampa e Tv si prepara a investire dei soldi per aumentare le forze della repressione in città. Come da richiesta dei sindaci di Roma, Milano, Torino e altri.
Usciamo dal linguaggio amaramente - molto amaramente - ironico, per chiederci cosa davvero stia succedendo. A me sembra che sta succedendo una cosa molto semplice: è in corso una gigantesca campagna politico-culturale che tende a spostare a destra - molto a destra - il senso comune del paese. Si usano i vecchi argomenti che usava la destra reazionaria negli anni Cinquanta e Sessanta, per creare una frattura nell'opinione pubblico e contrapporre ai problemi sociali le questioni dell'ordine pubblico. Con l'obiettivo di cancellare i problemi sociali, farli sparire. Si cerca di sostituire alla realtà-reale (che è fondamentalmente quella di una società con grandissimi problemi di ingiustizia, di sfruttamento, di povertà e di aumento delle disuguaglianze) una realtà-virtuale, costruita a tavolino, fondata sulla grande forza dei mass media, che presenta un ceto medio insidiato e messo a rischio sopravvivenza dalla criminalità dei poveri, e soprattutto degli immigrati e delle minoranze etniche. Se l'operazione riesce, ci troveremo con un ceto medio in guerra con i poveri più poveri, conquistato ideologicamente dalla borghesia, e disposto a cedere una parte dei propri diritti alle classi dirigenti, in cambio di legge e repressione, permettedo così la formazione di un formidabile blocco d'ordine.
Io credo che questa operazione politico sociale, di grandissima ambizione e portata, sia la via attraverso la quale la grande borghesia italiana pensa di realizzare una svolta economica a suo favore (con un ulteriore trasferimento di ricchezze e di potere dall'alto al basso) e anche una svolta politica. Dal momento che è impossibile realizzare quella svolta senza una modifica nei rapporti politici, e uno spostamento a destra anche su quel piano. Il "centrismo", del quale abbiamo tanto parlato nelle settimane scorse, si sta oggi presentando davanti ai nostri occhi come qualcosa di molto più complesso - e devastante - di una semplice operazione "partitica" o parlamentare. Il centrismo è visto come svolta in grande stile, culturalmente reazionaria, e che porti una parte assai consistente dei gruppi dirigenti del centrosinistra su posizioni politiche e culturali del tutto subalterne, supine, rispetto alla borghesia e alla intellettualità di destra. Questa operazione è appoggiata - e in alcuni momenti persino diretta - anche dalla Chiesa che progetta un ridimensionamento della società democratica (e persino della società liberale).
Diventa davvero importantissimo il tipo di risposta che ci sarà sul versante della sinistra. Perché se questa risposta non ci sarà, e non sarà consistente, e non metterà in circolazione degli anticorpi, e non sarà battagliera sulle idee, sulle prospettive (e quindi non risposta tattica, non semplicemente elettoralistica, non difensiva), allora davvero si profila, in modo concreto e fortissimo, il rischio del regime. Vedete, negli anni scorsi si è molto discusso su questo. C'era chi diceva che il governo Berlusconi fosse un regime e chi non era d'accordo. Io non ero d'accordo: il governo Berlusconi era un governo di destra, populista, liberista, molto arrogante, un po' autoritario, ma era contrastato da una opposizione fortissima e variegata, nella quale militavano partiti, intellettuali, giornali, Tv, persino pezzi dell'imprenditoria. Per regime si intende una forma di governo totalizzante - e quindi anche una dittatura culturale - che mette a tacere l'opposizione. Il disegno centrista mira esattramente a questo. Ha realizzato attorno a sé una straordinaria unità politica e mass-mediologica, ha enormi capacità di influenza e di egemonia culturale, ed ha chiarissima l'idea che se si vince non si fanno prigionieri.
E' gigantesca la nostra responsabilità - dico nostra di noi di sinistra - dobbiamo impedire che questo avvenga. La prima condizione per battere il disegno centrista è costruire una sinistra, unita nelle cose, che sappia fare argine, che riprenda consapevolezza di se stessa, della sua funzione, che superi le divisioni e il "pensiero corto". E che sia anche cosciente delle prospettive che si aprono. Io credo che la parte dominante della borghesia, delle classi dirigenti, abbia scommesso tutto sul disegno centrista. Demolire questo governo e imporre la svolta a destra. Se non ci riesce non ha ricette alternative, e allora si rovesciano i rapporti di forza tra sinistra e destra in questo paese. Si può aprire una fase di grandissime conquiste.
articolo preso da Liberazione di domenica 20 maggio 2007

QUANDO NASCI È UNA ROULETTE
Giovani figli di migranti si raccontano
a cura di Ingy Mubiayi e Igiaba Scego
Terre di mezzo Editore,
120 pagine, 7,00 euro
Sette ragazzi e ragazze di origine africana spiegano cosa significa essere nati
a Roma da genitori stranieri (o esserci arrivati da piccoli): la scuola, il
rapporto con la famiglia e con i coetanei, la religione, il razzismo, i sogni. Il
futuro dell’Italia sarà sempre più disegnato da storie come quella di Adil,
che vorrebbe fare il giornalista, di George e del suo gruppo rap o, ancora,
come quella di Iman, attiva nell’associazione dei Giovani musulmani
d’Italia.
Ingy Mubiayi
È laureata in Storia della civiltà arabo-islamica e gestisce una
libreria a Roma. Ha pubblicato racconti in diverse antologie, tra cui
nere
è nata a Il Cairo nel 1972 da madre egiziana e padre congolese.Igiaba Scego
È laureata Lingue e sta svolgendo un dottorato di ricerca in pedagogia all’università di
Roma Tre. Ha pubblicato i romanzi : La nomade che amava Alfred Hitchcock Rhoda (entrambi Sinnos editrice) e due racconti nell’antologia Pecore Nere(Laterza).
e
è nata a Roma nel 1974 da genitori somali.VEDERE ANCHE IL SITO www.secondegenerazioni.it della rete G2, che presenterà al festival Intermundia il primo romanzo realizzato da figli/e di migranti, nati/e e /o cresciuti in Italia, per pubblicizzare la loro rivendicazione al diritto di cittadinanza
Razzismo, la ricerca perenne del capro espiatorio
Dopo aver pubblicato in prima pagina una lettera intitolata "Aiuto, sono di sinistra ma sto diventando razzista" e la risposta acquiescente di Corrado Augias, il quotidiano "La Repubblica" ha avviato il 7 maggio un forum on line, inaugurato da una domanda faziosa e fuorviante: "E' razzismo chiedere di rispettare le leggi?".
Si tratta, in realtà, dell'avvio di una campagna che sovrappone artificiosamente temi e questioni indipendenti fra loro e il cui fine sembra essere il sostegno alla cultura sicuritaria del nascente partito democratico.
Come cittadini e cittadine di sinistra, respingiamo l'assioma, sostenuto dal Ministro Amato in un'intervista pubblicata lo stesso giorno dal medesimo quotidiano, secondo il quale per accrescere il consenso dell'opinione pubblica la sinistra italiana avrebbe di fronte a sé una sola strada: far proprio l'approccio sicuritario e poliziesco proposto dalle destre in Italia ed esemplificato dalla vittoria in Francia di Sarkozy, il quale avrebbe vinto perché "ha affermato l'esigenza di una grande difesa dalla criminalità e dalle invasioni straniere".
E' un'operazione politica e culturale che conosciamo bene. Da tempo le destre, per calcolo o vocazione, cavalcano in modo demagogico il tema della sicurezza sovrapponendolo a quello delle politiche migratorie. Spesso la sinistra ha cercato d'imitarle o se ne è fatta ricattare, mostrando così la propria subalternità culturale.
Il tema della sicurezza sociale sembra scomparso dall'agenda politica in favore di altre priorità: non riduzione delle disuguaglianze sociali, non politiche sociali, di redistribuzione del reddito, di risoluzione del disagio abitativo, di riqualificazione delle periferie urbane, di miglioramento della legislazione sul lavoro, ma l'irrigidimento delle politiche migratorie, l'aumento delle forze di pubblica sicurezza, l'incremento del ricorso alla repressione.
In questo contesto, la figura dello straniero è scelta deliberatamente come capro espiatorio su cui proiettare le contraddizioni sociali. I mass media assecondano l'operazione: i titoli allarmistici su episodi di cronaca nera che hanno come protagonisti cittadini stranieri fanno vendere molto di più di quelli che segnalano i casi –nella realtà ben più numerosi- in cui gli stranieri sono vittime.
Noi non ci stiamo: la presenza di cittadini stranieri nel nostro paese non è la causa del peggioramento delle nostre condizioni di vita; la sicurezza delle nostre città dipende molto più dalle condizioni sociali ed economiche dei cittadini e dalle politiche promosse per migliorarle che dal numero di operatori di pubblica sicurezza sul territorio.
Sollecitiamo i membri del Governo, i rappresentanti delle istituzioni, gli intellettuali a prendere le distanze da campagne di tal fatta, venate da demagogia e intolleranza.
Invitiamo i cittadini e le cittadine democratiche a discutere e a contrastare in ogni occasione la logica del capro espiatorio, nemica della pacifica convivenza fra cittadini di diversa origine.
Chiediamo ai media democratici di non prestare il fianco a campagne di stampo xenofobo e razzista e di avviare su questi temi una riflessione d'ampio respiro culturale.
Annamaria Rivera, antropologa, Università di Bari - Maria I. Macioti - sociologa - Università degli studi di Roma "La Sapienza" - Goffredo Fofi, Rivista Lo straniero Roma - Enrico Pugliese – Direttore Istituto per le ricerche sulla popolazione e le politiche sociali (IRPPS- CNR) - Marcello Maneri, Università Milano Bicocca - Fabio Quassoli, Università Milano Bicocca - Walter Peruzzi, direttore "Guerre&pace", Gigi Perrone, Università di Lecce - Sandro Mezzadra, Università di Bologna, Dipartimento di Politica, Istituzioni, Storia - Gigi Sullo, Carta - Paolo Nori, scrittore - Luca Queirolo Palmas, Docente di sociologia delle migrazioni, Università di Genova - Franco Ferrarotti, Adriano Prosperi - Scuola Normale Superiore di Pisa, Ivan Della Mea, giornalista, scrittore e cantautore, Grazia Naletto, Lunaria - Virginia Valente, Progetto diritti - Alessia Montuori, Senzaconfine - Daniela Consoli, Avvocato A.S.G.I., Mercedes Frias – Parlamentare R.C., - Luciana Menna, Roma - Giuseppe Faso, Centro Interculturale Empolese Valdelsa - Filippo Miraglia, Arci - Udo Enweurezor, Firenze - Moreno Biagioni, Anci Toscana - A.S.G.I., Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione - Gianfranco Schiavone, Ics - Fabio Laurenzi – COSPE, - Luciano Scagliotti, Enar - Carlo Cartocci Responsabile Dipartimento Italiani nel mondo Prc, Andres Barreto - Ass. Riva Sinistra, Stefano Galieni - Coordinatore Dipartimento Immigrazione PRC - Fabio Marcelli – Alessandro Messina Roma - Associazione Giuristi Democratici, Elena Spinelli - assistente sociale, Carlo Postiglione Sindacalista CGIL, Giulio Marcon - Lunaria, Marco Capecchi Direttore Generale Comune Lastra a Signa
Per adesioni: antirazzismo@lunaria.org
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Rignano: liberi i bianchi
Cpt per il "negro" |
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Tutto ciò non è forse fascismo?
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Piero Sansonetti
Noi non ci siamo occupati della scuola di Rignano. Quella al centro dello scandalo giornalistico-giudiziario di questi giorni. Sapete tutti cos'è successo: qualche settimana fa hanno fatto una retata di maestre, bidelli e amici vari delle maestre e dei bidelli, e li hanno sbattuti tutti in galera accusandoli di essere un branco di pedofili. Alcuni di loro hanno avuto le celle assediate giorno e notte dagli altri carcerati che li insultavano e minacciavano di pestarli. Poi si è scoperto che non era vero niente, neanche uno straccio di indizio: liberi. Il motivo per il quale noi non abbiamo mai scritto su questa vicenda è che - a naso - abbiamo sempre avuto la sensazione che fosse una montatura. E preferiamo, in genere, non cadere nelle trappole. Oggi però voglio raccontarvi un dettaglio di questa vicenda, che è sfuggito quasi a tutti (ne ho letto solo su "Repubblica"). Quando hanno finalmente aperto le porte del carcere ai sei arrestati, li hanno divisi in due gruppi: un gruppo di cinque persone e un gruppo di una sola persona. I cinque erano bianchi, il sesto era un po'"negro". Cingalese. Lui non è potuto tornare a casa, lo hanno mandato al Cpt. Sapete, credo, cosa sono i Cpt: campi di concentramento per stranieri clandestini. Rebibbia è un discreto carcere - specie ora, dopo l'indulto - il Cpt è un inferno. Il benzinaio cingalese innocente ha subìto un danno dalla decisione del giudice che ne ha riconosciuto l'innocenza: è finito in un girone peggiore di quello della prigione. Voi adesso potete stare anche due ore a spiegarmi che purtroppo è così, che la legge è quella, che per modificare la Bossi-Fini ci vuole un po' di tempo, che Kelum Weramuni de Silva (si chiama così il benzinaio di Rignano) aveva il permesso di soggiorno scaduto, che la legalità è un valore superiore, altissimo supremo e che va rispettato, eccetera, eccetera eccetera. Io non vi sto a sentire: da estremista quale sono ripeto quello che ho scritto qualche giorno fa: a me tutto ciò sembra frutto di una mentalità razzista, totalmente razzista, e nella sostanza fascista. Dicono tutti che sbaglio le parole, che non è bene dire fascista: il Cpt però mi ricorda troppo il confino dei tribunali speciali di Mussolini. E in fondo, Ustica o Ponza non erano peggiori delle stamberghe di Porto Galeria, dietro il raccordo anulare di Roma. Perché non si solleva una gigantesca protesta intorno a questo episodio, francamente paradossale e infame? Ve lo spiego: perché è in corso una monumentale campagna, nella quale sono impegnati anche uomini politici chiave del centrosinistra e grandi giornali democratici, volta a dare base di massa e legittimità culturale al nuovo razzismo. Ho letto ieri l'articolo di Miriam Mafai, su "Repubblica", e sono rimasto di ghiaccio. Miriam è una grandissima giornalista, la considero una delle due o tre persone dalle quali ho cercato di imparare qualcosa di questo mestiere. Ma perché anche lei - che è di sinistra, che è liberale - si allinea a questa orda, messa in movimento con quella lettera sciagurata di un lettore un po' fesso? Non riesco a spiegarmelo. Possibile che non capisca che legalità non vuol dire proprio un fico secco difronte a una società dove c'è chi gudagna 7 o 8 milioni di euro all'anno, e chi ne guadagna 10.000? Possibile che non capisca - senza andare a questi estremi - che nella metà di questo pianeta con il mio stipendio (e il suo penso che sia più grande) vivono 100 persone? Diceva il lettore di "Repubblica": «oddio, una ragazza nera non si è alzata in autobus davanti a una vecchietta, e io l'ho dovuta buttare giù dal bus... oddio ho visto uno scippo... oddio, una zingara sporcava...". Nessuno che gli abbia risposto: «non è illegale restare a sedere, è illegale buttare giù dal bus: sì sei razzista e basta, e hai anche commesso un reato». No, tutti a fargli i complimenti. E tutti a dire, a chi obiettava: «se ti capitasse a te di passare una giornata in autobus con gli albanesi e i rom!» Io vi do un consiglio (lo do anche alla mia amica Miriam): passate mezz'ora, solo mezz'ora davanti a un semaforo, dove delle ragazze puliscono i vetri e chiedono le elemosina; e ascoltate le reazioni e i commenti dei bianchi. Poi tornate davanti alla tastiera e scrivete un articolo: vedrete che vi verrà diverso, molto diverso da quelli scritti in questi giorni... 13/05/2007 da Liberazione |

MADRE PICCOLA
di Cristina Ali Farah
Frassinelli
“Barni mia, io voglio che mio figlio nasca qui, terra mia madre di cui conosco risvolti della memoria, segreti della parola.”
Così dice Domenica Axad rivolta all’amatissima cugina Barni nel momento della loro desiderata riunione dopo un lungo e doloroso distacco. Legate da un filo invisibile e resistentissimo, Barni e Domenica Axad, cugine da parte di padre, sono cresciute insieme a Mogadiscio, bambine spensierate e felici in un mondo compatto di affetti familiari e radici comuni. Fino a quando Domenica è partita con la madre per l’Italia. Quando torna a Mogadiscio il momento è fatale: inizia la guerra civile e, mentre lo scoppio dei disordini coincide con il trasferimento di Barni a Roma, per Domenica segna un decennio di smarrimento. Barni, ormai orfana di entrambi i genitori, si ferma a Roma dove trova un equilibrio nella dedizione al lavoro di ostetrica. Domenica vaga nel mondo trasportata dai flussi della diaspora, tentando dolorosamente di riallacciare nessi che restituiscano un significato alla propria storia. La progressiva ripresa di una coscienza di sé coincide con l’inizio della relazione con Taageere, teneramente inconsistente, nomade senza meta: molto più difficile per gli uomini ritrovare una collocazione dopo la disintegrazione del proprio mondo. Rientrata a Roma, Domenica Axad incontra di nuovo Barni e decide di affrontare accanto a lei la maternità prossima. Suo figlio avrà lo stesso nome del nonno scomparso nella guerra, Taariikh – Storia - e Barni - la zia materna - sarà la sua habaryar, madre piccola.
Sullo sfondo della storia recente della Somalia, Cristina Ali Farah dà voce appassionata a tre personaggi di straordinario spessore e autenticità, attraverso i quali riecheggia il dramma della diaspora. E l’identità in gioco non è solo quella di chi migra.
Cristina Ali Farah è nata a Verona nel 1973 da padre somalo e da madre italiana. È vissuta a Mogadiscio dal 1976 al 1991 quando è stata costretta a fuggire, con il suo primo figlio, a causa della guerra civile scoppiata nel paese. Dal 1996 vive stabilmente a Roma dove si è laureata in Lettere. A Roma sono nati i suoi altri due figli. È tra le fondatrici della rivista di letteratura della migrazione El-Ghibli , collabora con numerosi periodici e testate ed è presidentessa dell’associazione Migranews. Ha pubblicato racconti e poesie in diverse antologie e nel 2006 ha vinto il “Concorso Letterario NazionaleLingua Madre”. Madre piccola è il suo primo romanzo.
Presentazione del libro venerdì 11 maggio alle 18.30
esquilibri
libreria-caffetteria
via giolitti 319 Roma
www.esquilibri.it
introduce Igiaba Scego
Lettera a Augias
Caro Augias,
vivo a Roma e prendo l’autobus tutti i giorni, odio le generalizzazioni qualunquiste, ma se dovessi stilare una statistica le uniche persone che si alzano per cedere il posto ad: anziani, donne incinte o handicappati non sono italiane. Tant’è che spesso mi sono chiesta se uno “straniero” che vive a Roma soffra di uno strano senso di colpa che lo fa scattare in piedi e mostrarsi ipergentile appena gli si offre l’occasione. Sicuramente in un grande continente come l’Africa vige un forte rispetto (per noi addirittura esagerato) per le persone anziane.
Gli adolescenti italiani non ci pensano nemmeno a cedere i posti. Ma neanche persone colte e adulte: poco tempo fa ho ammirato un noto regista che si leggeva Repubblica indisturbato sul 63, incurante della vecchietta che gli si era parata davanti.
Non voglio elencare tutto ciò che oltre l’alta moda caratterizza l’Italia all’estero, fra mafia prostituzione e droga. E su quanto ci sentiamo offesi quando qualcuno fa l’equazione criminalitá-italiani. Ma a proposito del “due pesi e due misure” che portiamo avanti ad oltranza, ne approfitto per fare una domanda a tutti i giornali: perché sull’episodio delle due rumene e della ragazza uccisa dall’ombrello si è alzato un enorme polverone? Mentre quella bambina polacca di 5 anni - uccisa l’altro ieri da una testa calda calabrese con un colpo di pistola alla testa - si è meritata un trafiletto sul giornale. La sua vita vale di meno?
Marina Collaci, Vice-Presidente e co-fondatrice dell'Associazione Bambini e Bambine Afroitaliani/e e loro genitori, con riferimento alla lettera ad Augias comparsa su Repubblica di lunedì 7 maggio dal titolo "Sono di sinistra , ma sto diventando razzista"
Con l'occasione vi segnaliamo anche l'articolo di Gennaro Carotenuto "Italiano uccide "per errore" bimba polacca. Da Jon Cazacu, a Karolina, l'informazione razzista"
dal suo sito:
http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=1098
nonchè la lettera a firma Rita Pani " Augias non mi aiuti, sono razzista anche io" che si può leggere qui
guevina.blog.espresso.repubblica.it/resistenza/2007/05/augias_non_mi_a.html