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sono una persona interessata all'arricchimento culturale portato dalle minoranze etniche. Sono contro ogni forma di razzismo e per la mixitè!
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giovedì, 31 maggio 2007

A cura di Ingy Mubiayi e Igiaba Scego

Quando nasci è una roulette

Giovani figli di migranti si raccontano
IN LIBRERIA DALL'8 GIUGNO

Sette ragazzi e ragazze di origine africana spiegano cosa significa essere nati a Roma da genitori stranieri (o esserci arrivati da piccoli): la scuola, il rapporto con la famiglia e con i coetanei, la religione, il razzismo, i sogni.
Il futuro dell’Italia sarà sempre più disegnato da storie come quella di Adil, che vorrebbe fare il giornalista, di George e del suo gruppo rap o, ancora, come quella di Imam, attiva nell’associazione dei Giovani musulmani d’Italia.

Ingy Mubiayi è nata a Il cairo nel 1972 da madre egiziana e padre congolese. È laureata in Storia della civiltà arabo-islamica e gestisce una libreria a Roma. Ha pubblicato racconti in diverse antologie, tra cui Pecore nere (Laterza).

Igiaba Scego è nata a Roma nel 1974 da genitori somali. È laureata in Lingue e sta svolgendo un dottorato di ricerca in Pedagogia all’università di Roma Tre. Ha pubblicato i romanzi La nomade che amava Alfred Hitchcock e Rhoda (entrambi Sinnos editrice) e due racconti nell’antologia Pecone nere (Laterza).

 

isbn: 9788861890077
112 pagine
giugno 2007

7.00 euro Acquista online

martedì, 29 maggio 2007

 

Mamadou va a morire

Di Gabriele Del Grande

(Infinito Edizioni)

 

Un libro dalla parte dei fuggitivi, ad ogni costo

 

Gabriele Del Grande racconta i viaggi, spesso senza speranza, di chi attraversa quello che noi ci ostiniamo a chiamare Mare Nostrum. L'autore è andato alla ricerca delle rotte delle migrazioni recandosi in Africa settentrionale e in Turchia

 


A volte, si ha la fortuna di incontrare giornalisti che sanno far viaggiare. Narratori che si impadroniscono delle storie per ribaltarle addosso a chi legge, lasciando che coesistano curiosità intellettuale, passione, capacità di lasciare che siano le voci degli altri, i sapori e i colori dei luoghi che si raccontano, ad imporsi sulla voce del narratore. Per mesi Gabriele Del Grande - classe 1982 come si direbbe per un talento sportivo - si è spostato nei paesi, nelle città e nei villaggi dell'Africa settentrionale e di alcuni stati subsahariani, fino alla Turchia.
E' andato alla ricerca delle rotte di chi cerca di forzare gli steccati della fortezza Europa, di chi vuole, come si dice ormai in gergo "bruciare la frontiera". Ha raccontato il mondo dei passeur e di coloro che si affidano solo alle proprie capacità, ha raccolto brandelli di storie, pugnalate che immergono in un mondo di sconfitti, alcuni sopravvissuti, altri persi come eroi di una guerra subita e mai dichiarata.

 

Mamadou va a morire (Infinito edizioni, pp.160, euro 14) è un piccolo grande "Viaggio al termine della notte", è lo sguardo dall'altra parte di quello che continuiamo, con imperdonabile cinismo linguistico, a chiamare Mare Nostrum . E' un viaggio violento e doloroso, dove le storie di chi cerca miglior fortuna in Europa, perdono la loro algida neutralità di dato statistico e acquistano un volto, uno sguardo, una dimensione spazio-temporale.

 

Non si possono non sentire le urla di rabbia né voltarsi guardando le spalle rapprese di chi sembra rassegnato, arrivano come pugni sullo stomaco i racconti delle violenze subite nei campi di concentramento finanziati dalla civile Unione Europea, per alzare il muro. Parla chi ha percorso a piedi centinaia di chilometri di deserto prima di essere rispedito a casa come in un crudele Gioco dell'Oca, parla chi ha visto morire nella sabbia parenti e amici, chi è sopravvissuto ai naufragi, chi tenta - in assenza di reali spazi di democrazia - di aiutare gli uomini e le donne che scelgono di rompere con un paese in cui non trovano futuro. Persone nascoste, nel buio di una foresta o ai margini di una città, in attesa che si apra un varco.


Cambiano i luoghi, i paesi di provenienza, le rotte seguite, i rischi a cui si va incontro e i soprusi subiti, eppure la sommatoria di tante differenze, la loro sintesi estrema, è in una impossibilità alla resa. Dicono tutti e tutte la stessa cosa: «Non ci siamo riusciti. Ritenteremo». Dovrebbero capirlo bene i governanti dei paesi che dal fronte dei privilegiati guardano con timore e ignoranza ad un inesistente pericolo di invasione. Non arriveranno i barbari, non ci sono né ci saranno le orde pronte ad assalire i sacri suoli natii e non serve a nulla dilapidare risorse per alzare steccati di filo spinato o inventarsi agenzie di polizia internazionale come Frontex, non serve cedere al ricatto di governi fondati sulla corruzione e sulla repressione, fornendo loro gli strumenti per effettuare il lavoro sporco, per spostare più a sud le frontiere lasciando nel buio delle cronache dell'altro mondo la vita di migliaia e migliaia di persone.


Fulvio Vassallo Paleologo, nell'introdurre questo articolato reportage, definisce il ruolo di avanguardia dei governi italiani nel rendere prassi le espulsioni e le deportazioni così come la gestione criminale degli accordi di riammissione e chiama alla necessità/dovere di non dimenticare nessuna di queste tragedie annunciate. Ogni vittima della guerra per raggiungere le coste europee è compiuta non in nostro nome ma con la complicità delle nostre scelte politiche, ogni cadavere raccolto dalle reti in mare dai pescatori, ogni scheletro che resta a seccare insepolto nella sabbia, ogni colpo di arma da fuoco sparato contro chi tenta di scavalcare le reti, porta le tracce indelebile di chi crede di difendere l'esclusività dei propri privilegi. La percentuale delle persone che prova a raggiungere l'Europa, in particolare Spagna, Italia e Grecia, dal "fronte sud" o dalla Via della seta e delle spezie, è poca cosa rispetto alla portata degli spostamenti migratori ma è divenuta il simbolo di un continente che si chiude e l'esasperazione, questa si barbara, di utilizzare qualsiasi mezzo per annientare chi osa mettersi in viaggio.


Ma Gabriele Del Grande non parla con delle povere vittime: incontra attori consapevoli, soggetti che mettono in gioco la propria vita non solo per sfuggire a guerre, fame miseria e servizio militare.


Le voci che si mescolano e che ritornano con un eco potentissima capace di rendere inutile qualsiasi radar sono di uomini e donne alla ricerca di un progetto di vita diverso da quello a cui sono condannati. Magari restando a casa avrebbero garantito un pasto caldo e una famiglia, avrebbero potuto sopravvivere nell'arte di arrangiarsi propria di una economia informale, nell'attesa di tempi migliori.


Ma sono persone che decidono di cercarsi un futuro, scelte maturate nelle notti e nelle giornate che si susseguono sempre uguali, nei racconti che arrivano dagli amici che hanno avuto la fortuna di farcela, oppure scelte fatte all'ultimo momento, quando si sta accompagnando un parente che ha deciso di imbarcarsi nottetempo e si sale a bordo con l'incoscienza vitale di chi sente di non aver nulla da perdere, con il coraggio di chi ha bisogno di gettarsi dietro le spalle ogni traccia di un destino già segnato.


Un "Diritto di Fuga" come direbbe Sandro Mezzadra, che non è indipendente dai tanti fattori ambientali, sociali, economici e politici, ma che acquista una sua propria soggettività, diventa storia, sasso eversivo nello stagno dei confini prestabiliti, delle barriere di classe, di censo e di colore della pelle.


Non si può chiudere questo libro senza ritrovarsi, ad ogni costo, dalla parte dei fuggitivi.


Stefano Galieni, da “Liberazione” del 29/05/2007

vedere anche :

http://www.meltingpot.org/articolo10509.html

e      http://www.infinitoedizioni.it/index.php?id=213

postato da: afroitaliani alle ore 13:11 | link | commenti
categorie: politica, libri, africa, immigrazione, articoli consigliati
lunedì, 28 maggio 2007

Appello per i bambini Rom e Sinti : anche loro sono bambini!

 da Officina Soc. Coop.



Da mesi tutti i bambini Rom e Sinti che vengono forzatamente e “legalmente” allontanati dopo l’abbattimento delle loro povere baracche dalle ruspe, vagano per la Capitale in cerca di un posto dove dormire.

Vista l’insensibilità e l’ipocrisia dei nostri politici, sul concetto di solidarietà e legalità, come mamma e insegnante, mi rivolgo a tutte le persone che hanno a cuore i bambini e chiedo loro di sottoscrivere e diffondere questa foto con uno degli articoli della Convenzione Internazionale sui diritti dell'infanzia, approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 e ratificata anche dall’Italia

Articolo 2 della Convenzione
1.Gli Stati parti s'impegnano a rispettare i diritti che sono enunciati nella presente Convenzione ed a garantirli ad ogni fanciullo nel proprio ambito giurisdizionale, senza distinzione alcuna per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, del fanciullo o dei suoi genitori o tutori, della loro origine nazionale, etnica o sociale, della loro ricchezza, della loro invalidità, della loro nascita o di qualunque altra condizione.

2.Gli Stati parti devono adottare ogni misura appropriata per assicurare che il fanciullo sia protetto contro ogni forma di discriminazione o di sanzione motivata dallo status, le attività, le opinioni espresse o il credo dei suoi genitori, dei suoi tutori o di membri della sua famiglia.


Quanti volessero sostenere questo appello, sono pregati di:

- inserirlo nei loro blog

- inviarlo ai loro amici e conoscenti pregandoli di fare la stessa
operazione

- trasmetterlo ai vari organi di stampa e informazione

- consegnarlo a persone dello spettacolo, della cultura, del cinema, della
musica,dello sport….

- coinvolgere le varie organizzazioni sindacali

- esporre il volantino nei luoghi di lavoro, di culto, presso le
università…..

- farlo pervenire all’Unicef e a tutte le associazioni che si occupano di
minori
- ………
Maria Grazia Dicati



“La tua casa non c’è più e dovunque andrete vi manderemo via”
(Foto di Simona Caleo)


 

 

 

 

 

postato da: afroitaliani alle ore 14:38 | link | commenti (1)
categorie: politica, roma, razzismo, rom e sinti
mercoledì, 23 maggio 2007

E' in corso una offensiva potente che unisce partiti, giornali, tv, intellettuali moderati: punta a rovesciare la realtà, a creare
una frattura tra ceto medio e più poveri, a realizzare un blocco d'ordine. Poi a sostituire il centrosinistra con la grande coalizione

I centristi vogliono il regime
Urge una risposta di sinistra

Piero Sansonetti
I giornali italiani, e la televisione, e i partiti politici - la gran parte dei partiti politici - sono concordi su un punto: l'Italia sta vivendo un momento di straordinaria emergenza. Perché? Ci sono due problemi che evidentemente sovrastano tutti gli altri: da una parte il terrorismo che dilaga, come ieri è tornato a dire il ministro Amato; dall'altro l'enorme aumento della delinquenza. Il "Corriere della Sera", in un articolo molto informato, precisava (cito testualmente) «Emergenza nomadi, accattonaggio, prostituzione: sono tre delle situazioni più a rischio-criminalità della capitale, finite nel mirino del patto per la sicurezza» (il patto Veltroni Amato).
Non c'è dubbio, la situazione è serissima. E' vero che le statistiche dicono che l'enorme aumento della delinquenza è accompagnato da una forte diminuzione dei reati, e questa, a qualche superficiale osservatore, potrebbe sembrare una contraddizione. Ma non tutti i reati sono uguali. Conta la qualità del reato: rispetto a dieci o vent'anni fa, certo, sono diminuiti reati minori come omicidi e sequestri di persona, ma questo risultato è rovesciato dall'aumento dei bambini che chiedono le elemosina in forme talvolta insopportabili e petulanti. L'altro giorno, per esempio, uno di quei quotidiani gratuiti molto letti a Roma, pubblicava, giustamente indignato, in prima pagina, a tutta pagina, la fotografia di una ragazza rom inginocchiata per terra a mani giunte a piazza Argentina a chiedere l'elemosina. Capite che mascalzona?, si chiedeva, giustamente, la didascalia: approfitta del suo aspetto gentile e "madonnesco" per spillare quattrini ai passanti. Difficile di fronte a situazioni così pericolose non chiedere mano forte e repressione. Ed è anche naturale che in questo clima d'inferno qualcuno abbia pensato alla deportazione. I nomadi romani saranno trasferiti a forza fuori dal raccordo anulare. In dei campi. In questi campi saranno concentrati. Per loro non è una novità.
Comunque nessuno potrà più dire che il governo resta con le mani in mano. Spinto a gran voce da stampa e Tv si prepara a investire dei soldi per aumentare le forze della repressione in città. Come da richiesta dei sindaci di Roma, Milano, Torino e altri.
Usciamo dal linguaggio amaramente - molto amaramente - ironico, per chiederci cosa davvero stia succedendo. A me sembra che sta succedendo una cosa molto semplice: è in corso una gigantesca campagna politico-culturale che tende a spostare a destra - molto a destra - il senso comune del paese. Si usano i vecchi argomenti che usava la destra reazionaria negli anni Cinquanta e Sessanta, per creare una frattura nell'opinione pubblico e contrapporre ai problemi sociali le questioni dell'ordine pubblico. Con l'obiettivo di cancellare i problemi sociali, farli sparire. Si cerca di sostituire alla realtà-reale (che è fondamentalmente quella di una società con grandissimi problemi di ingiustizia, di sfruttamento, di povertà e di aumento delle disuguaglianze) una realtà-virtuale, costruita a tavolino, fondata sulla grande forza dei mass media, che presenta un ceto medio insidiato e messo a rischio sopravvivenza dalla criminalità dei poveri, e soprattutto degli immigrati e delle minoranze etniche. Se l'operazione riesce, ci troveremo con un ceto medio in guerra con i poveri più poveri, conquistato ideologicamente dalla borghesia, e disposto a cedere una parte dei propri diritti alle classi dirigenti, in cambio di legge e repressione, permettedo così la formazione di un formidabile blocco d'ordine.
Io credo che questa operazione politico sociale, di grandissima ambizione e portata, sia la via attraverso la quale la grande borghesia italiana pensa di realizzare una svolta economica a suo favore (con un ulteriore trasferimento di ricchezze e di potere dall'alto al basso) e anche una svolta politica. Dal momento che è impossibile realizzare quella svolta senza una modifica nei rapporti politici, e uno spostamento a destra anche su quel piano. Il "centrismo", del quale abbiamo tanto parlato nelle settimane scorse, si sta oggi presentando davanti ai nostri occhi come qualcosa di molto più complesso - e devastante - di una semplice operazione "partitica" o parlamentare. Il centrismo è visto come svolta in grande stile, culturalmente reazionaria, e che porti una parte assai consistente dei gruppi dirigenti del centrosinistra su posizioni politiche e culturali del tutto subalterne, supine, rispetto alla borghesia e alla intellettualità di destra. Questa operazione è appoggiata - e in alcuni momenti persino diretta - anche dalla Chiesa che progetta un ridimensionamento della società democratica (e persino della società liberale).
Diventa davvero importantissimo il tipo di risposta che ci sarà sul versante della sinistra. Perché se questa risposta non ci sarà, e non sarà consistente, e non metterà in circolazione degli anticorpi, e non sarà battagliera sulle idee, sulle prospettive (e quindi non risposta tattica, non semplicemente elettoralistica, non difensiva), allora davvero si profila, in modo concreto e fortissimo, il rischio del regime. Vedete, negli anni scorsi si è molto discusso su questo. C'era chi diceva che il governo Berlusconi fosse un regime e chi non era d'accordo. Io non ero d'accordo: il governo Berlusconi era un governo di destra, populista, liberista, molto arrogante, un po' autoritario, ma era contrastato da una opposizione fortissima e variegata, nella quale militavano partiti, intellettuali, giornali, Tv, persino pezzi dell'imprenditoria. Per regime si intende una forma di governo totalizzante - e quindi anche una dittatura culturale - che mette a tacere l'opposizione. Il disegno centrista mira esattramente a questo. Ha realizzato attorno a sé una straordinaria unità politica e mass-mediologica, ha enormi capacità di influenza e di egemonia culturale, ed ha chiarissima l'idea che se si vince non si fanno prigionieri.
E' gigantesca la nostra responsabilità - dico nostra di noi di sinistra - dobbiamo impedire che questo avvenga. La prima condizione per battere il disegno centrista è costruire una sinistra, unita nelle cose, che sappia fare argine, che riprenda consapevolezza di se stessa, della sua funzione, che superi le divisioni e il "pensiero corto". E che sia anche cosciente delle prospettive che si aprono. Io credo che la parte dominante della borghesia, delle classi dirigenti, abbia scommesso tutto sul disegno centrista. Demolire questo governo e imporre la svolta a destra. Se non ci riesce non ha ricette alternative, e allora si rovesciano i rapporti di forza tra sinistra e destra in questo paese. Si può aprire una fase di grandissime conquiste.

articolo preso da Liberazione di domenica 20 maggio 2007

mercoledì, 16 maggio 2007

INTERMUNDIA 2007
LA FESTA DELL'INTERCULTURA
ROMA - Giardini "Nicola Calipari" Piazza Vittorio
21-22-23-24-25-26 Maggio 2007

Ecco il programma del festival Intermundia 2007, la festa dell'intercultura,  a piazza Vittorio , Roma, che comincia la settimana prossima al link
 http://www.finisterre.it/eventi/
 In particolare desidero segnalare  questa installazione dell'artista afroitaliana Veruska Bellistri, nonchè la presentazione dell'ultimo libro delle scrittrici afroitaliane Igiaba Scego e Ingy Mubiayi
 
“Rag Dolls: Beauty and Blackness" 
   Installazione Multimediale
   a cura di Veruska Bellistri, Stephanie Muller, Christine Kewitz  
  
 
dal 22 al 25 Maggio * dalle ore 09:30 alle 22:00 * 26 Maggio * dalle ore 09:30 alle 13:00
25 Maggio Laboratorio “Beauty and Blackness” dalle ore 17:00 alle 19:00
presso Piazza Vittorio * Giardini Nicola Calipari * Festa Interculturale * INTERMUNDIA *
  
Descrizione Installazione
Dieci bambole nere di pezza lavorate con differenti stili e materiali, sono sospese a mezz'aria. Questo è possibile grazie ad un filo trasparente legato ai corpi delle bambole. Ogni bambola ha un piccolo macchinario al proprio interno dove è registrata una storia.
Sul vestito delle bambole c'è un bottone verde e se lo si preme sarà possibile ascoltare la storia di una bambina nera cresciuta in un paese occidentale.
Le storie che ascolterete sono estratti d’interviste realizzate con donne della diaspora africana tra Berlino e Monaco di Baviera, nel Novembre 2005 ed estratti di libri di autrici africane americane.
Parte dell’installazione è anche un video con le interviste in versione integrale intervallate da brani musicali e spoken word.  
 
 Concetto
Le bambine nere raramente vedono la propria identità riconosciuta, oltre che difronte ad uno specchio. Questa installazione si propone come riflessione su questo tema, raramente rappresentato. E' un invito a decolonizzare la nostra anima e la nostra mente. Ad essere sempre vigili ad ogni tentativo di svalutazione dell'esperienza/bellezza delle bambine/donne nere.
 
  
Lista dei nomi delle bambole e titoli dei libri da cui sono stati ispirati
 
 
Jabberwocky Baby – “The Riot Inside Me: More Trials and Tremors” di Wanda Coleman
Beloved
 - "Amatissima" di Toni Morrison
Sula  - "Sula" di Toni Morrison
Pecola - "L'occhio più azzurro" di Toni Morrison
Po - "Po's Man Child" di Marci Blackman
Tashi - " Il Colore Viola" di  Alice Walker
Will Mae - "Short Stories for Students" di Jamaica Kincaid
Tar Baby - "Tar Baby" di Toni Morrison
Cypress  -  “Sassafrass, Cypress and Indigo” di Ntozake Shange
Precious Jones  - "Push" di Sapphire

 
L’installazione è stata presentata al: Ladyfest Nurnberg (2005), Torino Les Pride (2006), Ladyfest Frankfurt (2006), SomArts San Francisco (2006), Homo
a go go, Olympia WA (2006), Queer Beograd (2006), Black History Month, Newark NJ (2007), Black History Month, Parigi (2007), Sick Marilyn, Roma (2007)
 
 E QUESTO è IL LIBRO DI IGIABA E INGY:

QUANDO NASCI È UNA ROULETTE

Giovani figli di migranti si raccontano

a cura di Ingy Mubiayi e Igiaba Scego

Terre di mezzo Editore,

120 pagine, 7,00 euro

Sette ragazzi e ragazze di origine africana spiegano cosa significa essere nati

a Roma da genitori stranieri (o esserci arrivati da piccoli): la scuola, il

rapporto con la famiglia e con i coetanei, la religione, il razzismo, i sogni. Il

futuro dell’Italia sarà sempre più disegnato da storie come quella di Adil,

che vorrebbe fare il giornalista, di George e del suo gruppo rap o, ancora,

come quella di Iman, attiva nell’associazione dei Giovani musulmani

d’Italia.

Ingy Mubiayi

 È laureata in Storia della civiltà arabo-islamica e gestisce una

libreria a Roma. Ha pubblicato racconti in diverse antologie, tra cui

nere

è nata a Il Cairo nel 1972 da madre egiziana e padre congolese.

Igiaba Scego

È laureata Lingue e sta svolgendo un dottorato di ricerca in pedagogia all’università di

Roma Tre. Ha pubblicato i romanzi : La nomade che amava Alfred Hitchcock Rhoda (entrambi Sinnos editrice) e due racconti nell’antologia Pecore Nere(Laterza).

e

è nata a Roma nel 1974 da genitori somali.

 www.terre.it/libri

VEDERE ANCHE IL SITO www.secondegenerazioni.it della rete G2, che presenterà al festival Intermundia il primo romanzo realizzato da figli/e di migranti, nati/e e /o cresciuti in Italia, per pubblicizzare la loro rivendicazione al diritto di cittadinanza

 

 


postato da: afroitaliani alle ore 13:11 | link | commenti (2)
categorie: bambini, eventi, roma, intercultura

Razzismo, la ricerca perenne del capro espiatorio
 
Dopo aver pubblicato in prima pagina una lettera intitolata "Aiuto, sono di sinistra ma sto diventando razzista" e la risposta acquiescente di Corrado Augias, il quotidiano "La Repubblica" ha avviato il 7 maggio un forum on line, inaugurato da una domanda faziosa e fuorviante: "E' razzismo chiedere di rispettare le leggi?".
Si tratta, in realtà, dell'avvio di una campagna che sovrappone artificiosamente temi e questioni  indipendenti fra loro e il cui fine sembra essere il sostegno alla cultura sicuritaria del nascente partito democratico.
Come cittadini e cittadine di sinistra, respingiamo l'assioma, sostenuto dal Ministro Amato in un'intervista pubblicata lo stesso giorno dal medesimo quotidiano, secondo il quale per accrescere il consenso dell'opinione pubblica la sinistra italiana avrebbe di fronte a sé una sola strada: far proprio l'approccio sicuritario e poliziesco proposto dalle destre in Italia ed esemplificato dalla vittoria in Francia di Sarkozy, il quale avrebbe vinto perché "ha affermato l'esigenza di una grande difesa dalla criminalità e dalle invasioni straniere".
E' un'operazione politica e culturale che conosciamo bene. Da tempo le destre, per calcolo o vocazione, cavalcano in modo demagogico il tema della sicurezza sovrapponendolo a quello delle politiche migratorie. Spesso la sinistra ha cercato d'imitarle o se ne è fatta ricattare, mostrando così la propria subalternità culturale.
Il tema della sicurezza sociale sembra scomparso dall'agenda politica in favore di altre priorità: non riduzione delle disuguaglianze sociali, non politiche sociali, di redistribuzione del reddito, di  risoluzione del disagio abitativo, di riqualificazione delle periferie urbane, di miglioramento della legislazione sul lavoro, ma l'irrigidimento delle politiche migratorie, l'aumento delle forze di pubblica sicurezza, l'incremento del ricorso alla repressione.
In questo contesto, la figura dello straniero è scelta deliberatamente come capro espiatorio su cui proiettare le contraddizioni sociali. I mass media assecondano l'operazione: i titoli allarmistici su episodi di cronaca nera che hanno come protagonisti cittadini stranieri fanno vendere molto di più di quelli che segnalano i casi –nella realtà ben più numerosi- in cui gli stranieri sono vittime.
Noi non ci stiamo: la presenza di cittadini stranieri nel nostro paese non è la causa del peggioramento delle nostre condizioni di vita; la sicurezza delle nostre città dipende molto più dalle condizioni sociali ed economiche dei cittadini e dalle politiche promosse per migliorarle che dal numero di operatori di pubblica sicurezza sul territorio. 
Sollecitiamo i membri del Governo, i rappresentanti delle istituzioni, gli intellettuali a prendere le distanze da campagne di tal fatta, venate da demagogia e intolleranza.
Invitiamo i cittadini e le cittadine democratiche a discutere e a contrastare in ogni occasione la logica del capro espiatorio, nemica della pacifica convivenza fra cittadini di diversa origine.
Chiediamo ai media democratici di non prestare il fianco a campagne di stampo xenofobo e razzista e di avviare su questi temi una riflessione d'ampio respiro culturale.
 
Annamaria Rivera, antropologa, Università di Bari - Maria I. Macioti - sociologa  - Università degli studi di Roma "La Sapienza" - Goffredo Fofi, Rivista Lo straniero Roma - Enrico Pugliese – Direttore Istituto per le ricerche sulla popolazione e le politiche sociali (IRPPS- CNR) - Marcello Maneri, Università Milano Bicocca - Fabio Quassoli, Università Milano Bicocca - Walter Peruzzi, direttore "Guerre&pace", Gigi Perrone, Università di Lecce - Sandro Mezzadra, Università di Bologna, Dipartimento di Politica, Istituzioni, Storia  - Gigi Sullo, Carta - Paolo Nori, scrittore - Luca Queirolo Palmas, Docente di sociologia delle migrazioni, Università di Genova - Franco Ferrarotti, Adriano Prosperi - Scuola Normale Superiore di Pisa, Ivan Della Mea, giornalista, scrittore e cantautore, Grazia Naletto, Lunaria - Virginia Valente, Progetto diritti - Alessia Montuori, Senzaconfine - Daniela Consoli, Avvocato A.S.G.I., Mercedes Frias – Parlamentare R.C., - Luciana Menna, Roma - Giuseppe Faso, Centro Interculturale Empolese Valdelsa - Filippo Miraglia, Arci - Udo Enweurezor, Firenze - Moreno Biagioni, Anci Toscana - A.S.G.I., Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione - Gianfranco Schiavone, Ics - Fabio Laurenzi – COSPE, - Luciano Scagliotti, Enar - Carlo Cartocci Responsabile Dipartimento Italiani nel mondo Prc, Andres Barreto - Ass. Riva Sinistra, Stefano Galieni - Coordinatore Dipartimento Immigrazione PRC - Fabio Marcelli – Alessandro Messina Roma - Associazione Giuristi Democratici, Elena Spinelli - assistente sociale, Carlo Postiglione Sindacalista CGIL, Giulio Marcon - Lunaria, Marco Capecchi Direttore Generale Comune Lastra a Signa
 
Per adesioni: antirazzismo@lunaria.org

lunedì, 14 maggio 2007

Rignano: liberi i bianchi
Cpt per il "negro"
 
Tutto ciò non è forse fascismo?
 
Piero Sansonetti
Noi non ci siamo occupati della scuola di Rignano. Quella al centro dello scandalo giornalistico-giudiziario di questi giorni. Sapete tutti cos'è successo: qualche settimana fa hanno fatto una retata di maestre, bidelli e amici vari delle maestre e dei bidelli, e li hanno sbattuti tutti in galera accusandoli di essere un branco di pedofili. Alcuni di loro hanno avuto le celle assediate giorno e notte dagli altri carcerati che li insultavano e minacciavano di pestarli. Poi si è scoperto che non era vero niente, neanche uno straccio di indizio: liberi. Il motivo per il quale noi non abbiamo mai scritto su questa vicenda è che - a naso - abbiamo sempre avuto la sensazione che fosse una montatura. E preferiamo, in genere, non cadere nelle trappole.
Oggi però voglio raccontarvi un dettaglio di questa vicenda, che è sfuggito quasi a tutti (ne ho letto solo su "Repubblica"). Quando hanno finalmente aperto le porte del carcere ai sei arrestati, li hanno divisi in due gruppi: un gruppo di cinque persone e un gruppo di una sola persona. I cinque erano bianchi, il sesto era un po'"negro". Cingalese. Lui non è potuto tornare a casa, lo hanno mandato al Cpt. Sapete, credo, cosa sono i Cpt: campi di concentramento per stranieri clandestini. Rebibbia è un discreto carcere - specie ora, dopo l'indulto - il Cpt è un inferno. Il benzinaio cingalese innocente ha subìto un danno dalla decisione del giudice che ne ha riconosciuto l'innocenza: è finito in un girone peggiore di quello della prigione.
Voi adesso potete stare anche due ore a spiegarmi che purtroppo è così, che la legge è quella, che per modificare la Bossi-Fini ci vuole un po' di tempo, che Kelum Weramuni de Silva (si chiama così il benzinaio di Rignano) aveva il permesso di soggiorno scaduto, che la legalità è un valore superiore, altissimo supremo e che va rispettato, eccetera, eccetera eccetera. Io non vi sto a sentire: da estremista quale sono ripeto quello che ho scritto qualche giorno fa: a me tutto ciò sembra frutto di una mentalità razzista, totalmente razzista, e nella sostanza fascista. Dicono tutti che sbaglio le parole, che non è bene dire fascista: il Cpt però mi ricorda troppo il confino dei tribunali speciali di Mussolini. E in fondo, Ustica o Ponza non erano peggiori delle stamberghe di Porto Galeria, dietro il raccordo anulare di Roma.
Perché non si solleva una gigantesca protesta intorno a questo episodio, francamente paradossale e infame? Ve lo spiego: perché è in corso una monumentale campagna, nella quale sono impegnati anche uomini politici chiave del centrosinistra e grandi giornali democratici, volta a dare base di massa e legittimità culturale al nuovo razzismo.
Ho letto ieri l'articolo di Miriam Mafai, su "Repubblica", e sono rimasto di ghiaccio.
Miriam è una grandissima giornalista, la considero una delle due o tre persone dalle quali ho cercato di imparare qualcosa di questo mestiere. Ma perché anche lei - che è di sinistra, che è liberale - si allinea a questa orda, messa in movimento con quella lettera sciagurata di un lettore un po' fesso? Non riesco a spiegarmelo. Possibile che non capisca che legalità non vuol dire proprio un fico secco difronte a una società dove c'è chi gudagna 7 o 8 milioni di euro all'anno, e chi ne guadagna 10.000? Possibile che non capisca - senza andare a questi estremi - che nella metà di questo pianeta con il mio stipendio (e il suo penso che sia più grande) vivono 100 persone?
Diceva il lettore di "Repubblica": «oddio, una ragazza nera non si è alzata in autobus davanti a una vecchietta, e io l'ho dovuta buttare giù dal bus... oddio ho visto uno scippo... oddio, una zingara sporcava...". Nessuno che gli abbia risposto: «non è illegale restare a sedere, è illegale buttare giù dal bus: sì sei razzista e basta, e hai anche commesso un reato». No, tutti a fargli i complimenti. E tutti a dire, a chi obiettava: «se ti capitasse a te di passare una giornata in autobus con gli albanesi e i rom!»
Io vi do un consiglio (lo do anche alla mia amica Miriam): passate mezz'ora, solo mezz'ora davanti a un semaforo, dove delle ragazze puliscono i vetri e chiedono le elemosina; e ascoltate le reazioni e i commenti dei bianchi. Poi tornate davanti alla tastiera e scrivete un articolo: vedrete che vi verrà diverso, molto diverso da quelli scritti in questi giorni...
13/05/2007  da Liberazione
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categorie: politica, africa, immigrazione, articoli consigliati
giovedì, 10 maggio 2007

Madre piccola

MADRE PICCOLA
di
Cristina Ali Farah
Frassinelli

Barni mia, io voglio che mio figlio nasca qui, terra mia madre di cui conosco risvolti della memoria, segreti della parola.”

Così dice Domenica Axad rivolta all’amatissima cugina Barni nel momento della loro desiderata riunione dopo un lungo e doloroso distacco. Legate da un filo invisibile e resistentissimo, Barni e Domenica Axad, cugine da parte di padre, sono cresciute insieme a Mogadiscio, bambine spensierate e felici in un mondo compatto di affetti familiari e radici comuni. Fino a quando Domenica è partita con la madre per l’Italia. Quando torna a Mogadiscio il momento è fatale: inizia la guerra civile e, mentre lo scoppio dei disordini coincide con il trasferimento di Barni a Roma, per Domenica segna un decennio di smarrimento. Barni, ormai orfana di entrambi i genitori, si ferma a Roma dove trova un equilibrio nella dedizione al lavoro di ostetrica. Domenica vaga nel mondo trasportata dai flussi della diaspora, tentando dolorosamente di riallacciare nessi che restituiscano un significato alla propria storia. La progressiva ripresa di una coscienza di sé coincide con l’inizio della relazione con Taageere, teneramente inconsistente, nomade senza meta: molto più difficile per gli uomini ritrovare una collocazione dopo la disintegrazione del proprio mondo. Rientrata a Roma, Domenica Axad incontra di nuovo Barni e decide di affrontare accanto a lei la maternità prossima. Suo figlio avrà lo stesso nome del nonno scomparso nella guerra, Taariikh – Storia - e Barni - la zia materna - sarà la sua habaryar, madre piccola.

Sullo sfondo della storia recente della Somalia, Cristina Ali Farah dà voce appassionata a tre personaggi di straordinario spessore e autenticità, attraverso i quali riecheggia il dramma della diaspora. E l’identità in gioco non è solo quella di chi migra.  

Cristina Ali Farah è nata a Verona nel 1973 da padre somalo e da madre italiana. È vissuta a Mogadiscio dal 1976 al 1991 quando è stata costretta a fuggire, con il suo primo figlio, a causa della guerra civile scoppiata nel paese. Dal 1996 vive stabilmente a Roma dove si è laureata in Lettere. A Roma sono nati i suoi altri due figli. È tra le fondatrici della rivista di letteratura della migrazione El-Ghibli , collabora con numerosi periodici e testate ed è presidentessa dell’associazione Migranews. Ha pubblicato racconti e poesie in diverse antologie e nel 2006 ha vinto il “Concorso Letterario NazionaleLingua Madre”. Madre piccola è il suo primo romanzo.

 Presentazione del libro venerdì 11 maggio alle 18.30 

esquilibri
libreria-caffetteria
via giolitti 319 Roma
www.esquilibri.it 

introduce Igiaba Scego

 

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Un rischio aleggia sull'Europa
chiamiamolo fascismo

di Piero Sansonetti da Liberazione del 09/05/07

Sarò schematico e forse un po' grossolano (mi capita spesso). Ditemi pure che la mia analisi è tagliata con l'accetta, ed è provocatoria. Può darsi. Però io non riesco a trattenere la rabbia - e anche un po' di disperazione - nel vedere un pezzo rilevante dei gruppi dirigenti, politici e intellettuali, del centrosinistra, correre al dissennato inseguimento dello spirito reazionario e dei luoghi comuni della destra. E in questa corsa - dettata dai sondaggi, dalla pavidità, dalla poca fantasia, da analisi superficiali, da una idea di politica come amministrazione e gestione, dalla sfiducia nel cambiamento, dal conformismo esasperato - vedo il rischio di una resa generale a idee reazionarie che mettono in discussione secoli di progresso civile e sociale. E in quelle idee reazionarie io vedo l'ombra del fascismo. Di un fascismo moderno, chirurgico, essenziale, ma non meno dispotico di quello di settant'anni fa, e assolutamente ispirato al mito della sopraffazione come chiave della storia, dominato dalla religione della disuguaglianza, della gerarchia, della disparità dei diritti, della superiorità di alcune nazioni e gruppi sociali, e del più limpido razzismo.
Prendo in esame solo pochi fatti - di diverso significato e gravità - avvenuti negli ultimissimi giorni. Vogliamo partire dalla bambina polacca di cinque anni, uccisa a Napoli? Non ha avuto la prima pagina su quasi nessun giornale. Provate a immaginare una bambina italiana - o anche francese o britannica o americana - uccisa da un rumeno, a Napoli o a Roma, e ditemi quale giornale italiano non le avrebbe dato l'apertura della prima pagina, o quale Tg non le avrebbe dedicato il primo titolo.
Secondo fatto, la lettera ormai famosa di un dipendente del Quirinale a Repubblica . Nella quale questo dipendente si lamenta per i Rom e gli albanesi che scippano e non cedono il posto in autobus e dicono parolacce e cose così. La lettera va in prima pagina, ottiene una risposta da Corrado Augias, giornalista autorevolissimo e sicuramente di centrosinistra, e da Walter Veltroni (candidato a leader del Pd e forse a premier) ed entrambi, sostanzialmente, gli danno ragione. Non gli dicono che agli episodi da lui citati se ne potrebbero contrapporre decine e decine e decine, di razzismo violento o blando, dichiarato o nascosto, ma comunque vastissimo, dilagante, che ogni giorno rende difficilissima la vita di milioni di immigrati. Non analizzano le cause del disagio, e anche della delinquenza, nei settori più disgraziati dell'emigrazione. Gli dicono che lui ha ragione e che la legalità è un valore assoluto, è il primo valore, è il pilastro di ogni civiltà, eccetera eccetera. Veltroni - al quale tra l'altro mi lega stima e affetto, e per questo mi infurio ancora di più quando è lui che scrive queste cose - dice che l'Italia è impegnata a fare in modo che dai paesi poveri non si debba più fuggire, dice che è impegnata in politiche di accoglienza e inserimento, e dice però che i migranti, così come hanno diritti, devono rispettare i doveri e che ci vuole rigore nel farglieli rispettare, e rigore nelle politiche di controllo dei flussi migratori.
No, Walter non è così, per tre ragioni. Primo, l'Italia non è impegnata affatto ad aiutare i paesi più poveri del globo. L'Onu chiede ai paesi ricchi un impegno modestissimo per la cooperazione (lo 0,7%), l'Italia ne concede neanche un terzo. E le grandi corporation italiane continuano a sfruttare a sangue il terzo mondo. Secondo: quanti soldi spendiamo per gli immigrati che sono nel nostro paese, e come? Le cifre ci dicono questo: il 25% dei soldi stanziati vanno all'accoglienza, il 75% a quelle che si chiamano politiche di contrasto. Che vuol dire: repressione, carcere, espulsioni. Questi numeri spiegano una cosa semplicissima: noi consideriamo gli immigrati sostanzialmente dei delinquenti. Spendiamo un quarto di lira per accoglierli, pretendiamo che lavorino, stiano al nostro servizio, ci rispettino, se necessario facciano la fame, e si comportino bene, si alzino in autobus e dicano buongiorno e buonasera. Terzo: non ha senso dire a un immigrato clandestino: "ti do i diritti, pretendo i doveri". Ditemi quali sono i diritti che gli riconosciamo? Nessuno, nessun diritto, solo e soltanto il diritto di essere espulso o messo in galera. Non ha la scuola, non ha il lavoro, non ha la casa, non ha il welfare, non ha la cassa integrazione, non ha la pensione... Devo continuare?


Poi c'è la questione dei Rom oltre il raccordo, o addirittura costretti a migrare e cambiare paese ogni due settimane. La prima è una proposta di Veltroni, la seconda del ministro Mastella. A che logica rispondono? Questa: c'è una città per noi e una città per gli emarginati. Bisogna tenerle distinte queste due città, altrimenti confliggono e creano illegalità, tensione sociale, disordine. Badate che anche Mussolini, quando sventrò Borgo Pio, a Roma, e trasferì i poveri a Tiburtino III e a Primavalle, lo fece esattamente con questa idea: dividere le due città, fare ordine. L'urbanistica fascista era molto razionale. E molto fascista.
Io capisco l'obiezione. E' sempre la stessa: esistono settori dell'immigrazione, specie quella clandestina, specie quella proveniente da alcune nazioni slave o dalla Romania (più i Rom), che porta un tasso alto di delinquenza. Solo che l'obiezione mi sembra un po' fessa. La piccola delinquenza, o i comportamenti sgarbati (come quelli descritti dal dipendente del Quirinale nella lettera a Repubblica) ovviamente, di solito, non coinvolgono gli ingegneri o i dirigenti di azienda, o i notai, o i marchesi. Effettivamente è più frequente vedere un povero che fa uno scippo, è rarissimo beccare un avvocato o un giudice di Cassazione. Ma questa è una banalità che non merita grandi discussioni. Guardate che era così anche nel Sudafrica di Botha, dell'apartheid. I neri non erano dei lord inglesi, non sempre rispettavano le leggi e le buone maniere dei dominatori sfruttatori bianchi. E allora i bianchi trovarono ragionevole deportarli e inventare l'apartheid. Il buonsenso che ispirava, fino a 20 anni fa, i razzisti sudafricani e che portò per 30 anni in prigione Nelson Mandela, era molto simile al buonsenso che oggi in Italia (in Europa, e forse in tutto l'occidente) sta dilagando e rompendo gli argini, e invadendo anche i territori della sinistra. Non vi sembra una atrocità? Walter, quel bambino nero, affamato, del quale spesso parli, se viene qui fra qualche anno, è probabile che sputi per terra e non è da escludere che scippi. Ma è sempre lui: è sempre quel bambino nero che noi stiamo affamando e perseguitando. Vogliamo tenerne conto o lo mettiamo al Cpt?
Il modello della destra è sempre più netto, chiaro, e ha portato al trionfo di Sarkozy. E' questo: non c'è nel mondo ricchezza sufficiente per garantire a tutti uno stile di vita "americano". La grande parte della ricchezza è concentrata nelle mani delle classi alte e medio-alte dell'Occidente: qualunque politica punti a erodere questa ricchezza, a redistribuirla, a cambiarne l'uso e la destinazione, provoca un disastro sociale che non è gestibile dalle classi dirigenti, e quindi fa crollare la supremazia dell'occidente e sgretola il sistema liberista e capitalista. Allora lo scopo della politica deve essere il mantenimento della grande disuguaglianza. Ordine e legge uguale disuguaglianza. E cioè l'affermazione - con tutti i mezzi: militari, polizieschi, di manipolazione dell'opinione pubblica, di limitazione delle libertà, di violazione della legalità internazionale, di messa in mora della democrazia, eccetera... - affermazione dell'intangibilità dell'attuale assetto del mondo, dei rapporti di potere e dei rapporti economici. E quindi del fatto che il potere mondiale e la stragrande parte della ricchezza sono e devono restare in mano a trecento o quattrocento milioni di bianchi ricchi e cristiani, e che loro hanno il diritto di tenere in stato di oppressione e di fame e di sete, alcuni miliardi di persone ai quali tocca un ruolo di morte o - se va loro bene - di schiavitù, cioè di lavoro senza diritti, precario, sottopagato e a orario illimitato.
A me sembra che questa idea, neppure tanto nascosta, della destra moderna e perbene, sia molto vicina all'idea di razza eletta, di superuomo. Può darsi che esagero. Non capisco però perché la sinistra - sia pure moderata, riformista, centrista - anziché indignarsi e inorridire di fronte a tutto questo, quasi viene attratta, si perde in distinguo e sofisticazioni, oppure si arrende, cede, insegue, si inabissa. Credo che uno dei motivi per i quali è urgentissima la ricostruzione di un pezzo di sinistra vera e forte, è proprio questo: contrastare la degenerazione fascista della destra. La rovina della civiltà europea.

 

 

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categorie: politica, immigrazione, razzismo
martedì, 08 maggio 2007

Lettera a Augias

Caro Augias,

vivo a Roma e prendo l’autobus tutti i giorni, odio le generalizzazioni qualunquiste, ma se dovessi stilare una statistica le uniche persone che si alzano per cedere il posto ad: anziani, donne incinte o handicappati non sono italiane. Tant’è che spesso mi sono chiesta se uno “straniero” che vive a Roma soffra di uno strano senso di colpa che lo fa scattare in piedi e mostrarsi ipergentile appena gli si offre l’occasione. Sicuramente in un grande continente come l’Africa vige un forte rispetto (per noi addirittura esagerato) per le persone anziane.
Gli adolescenti italiani non ci pensano nemmeno a cedere i posti. Ma neanche persone colte e adulte: poco tempo fa ho ammirato un noto regista che si leggeva Repubblica indisturbato sul 63, incurante della vecchietta che gli si era parata davanti.
Non voglio elencare tutto ciò che oltre l’alta moda caratterizza l’Italia all’estero, fra mafia prostituzione e droga. E su quanto ci sentiamo offesi quando qualcuno fa l’equazione criminalitá-italiani. Ma a proposito del “due pesi e due misure” che portiamo avanti ad oltranza, ne approfitto per fare una domanda a tutti i giornali: perché sull’episodio delle due rumene e della ragazza uccisa dall’ombrello si è alzato un enorme polverone? Mentre quella bambina polacca di 5 anni - uccisa l’altro ieri da una testa calda calabrese con un colpo di pistola alla testa - si è meritata un trafiletto sul giornale. La sua vita vale di meno?

Marina Collaci,
 Vice-Presidente e co-fondatrice dell'Associazione Bambini e Bambine Afroitaliani/e e loro genitori, con riferimento alla lettera ad Augias comparsa su Repubblica di lunedì 7 maggio dal titolo "Sono di sinistra , ma sto diventando razzista"

 

 


Con l'occasione vi segnaliamo anche l'articolo di Gennaro Carotenuto "Italiano uccide "per errore" bimba polacca. Da Jon Cazacu, a Karolina, l'informazione razzista"

 dal suo sito:

http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=1098

nonchè la lettera a firma Rita Pani " Augias non mi aiuti, sono razzista anche io" che si può leggere qui

guevina.blog.espresso.repubblica.it/resistenza/2007/05/augias_non_mi_a.html

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categorie: politica, bambini, roma